Maria Teresa Pintus è l’iconica Mirandolina, femminista ante-litteram

Marco Belocchi in scena al Teatro Anfitrione con il capolavoro di Carlo Goldoni

di Maria Laura Pala

È la frizzante ed energica Maria Teresa Pintus a indossare i panni della vivace e intramontabile Mirandolina sul palco del Teatro Anfitrione di Roma nell’allestimento di quella che è considerata una delle più belle e fortunate commedie della drammaturgia italiana: con La Locandiera di Carlo Goldoni, Marco Belocchi porta sul palco un testo che, nonostante i suoi quasi tre secoli di vita, non smette di essere moderno e, per certi versi, ancora amaramente attuale.

“Tristemente ma anche allegramente – precisa l’attrice nel ruolo della protagonista goldoniana dal 18 al 23 marzo sul palco del teatro di via di San Saba – Un testo veramente divertente ma velato di grande malinconia. Siamo di fronte a una feroce critica della situazione sociale: è un momento di decadenza di valori antichi che non trovano in quelli nuovi dei validi sostituti; si sta passando da una società in cui il titolo nobiliare era tutto a un contesto proiettato verso la Rivoluzione Francese e l’Illuminismo. Lo status economico, indipendentemente dal titolo o dalla cultura, va a sostituire il privilegio nobiliare”.

Tra i meriti dell’opera del commediografo veneziano c’è sicuramente quello di offrire uno spaccato ben preciso di un’epoca di cambiamento e transizione in cui si assiste allo screditamento della nobiltà, ormai priva di valori e sostanza, e all’affermarsi di una nuova realtà, incentrata sul potere economico e imprenditoriale: “Mirandolina rappresenta l’emergere di una classe sociale diversa, quella dell’imprenditoria – spiega Maria Teresa Pintus –  Non stiamo parlando di una donna che ha dato avvio all’impresa, ma che ha ereditato una locanda. La grande novità nel personaggio goldoniano è la possibilità di gestirla e il suo non volersi sposare”.

Le più grandi attrici italiane si sono cimentate nel ruolo di Mirandolina: “Dietro la sua figura c’è un tema sociale forte, una sfida della femminilità – aggiunge la protagonista – Se avesse sposato il cavaliere, non avrebbe potuto continuare a gestire la sua locanda; scegliendo Fabrizio invece, ragazzo di locanda cresciuto lì dentro, può mantenere la sua libertà ed essere imprenditrice. La scelta di sposare l’uomo a cui era stata promessa dal genitore è resa obbligata dal rischio di perdere la propria reputazione. Un po’ come se Goldoni dicesse che non è possibile farcela senza avere un uomo alle spalle, sia esso padre, fratello o marito”.

E oggi, dopo duecentosettanta anni dalla pubblicazione de La Locandiera, abbiamo ancora un mondo che fa i conti con le questioni di genere: “Quando ero più giovane mi sembrava  viaggiassimo velocemente verso un’enorme emancipazione – dice Maria Teresa – Abbiamo conquistato delle libertà, anche se non dovrebbe essere un gioco di forza. Negli ultimi tempi c’è stato da una parte un incredibile incremento di figure femminili libere, potenti e decise, e dall’altro un aumento considerevole delle denunce di violenza, non solo fisica. Abbiamo conquistato tanta libertà sessuale, ma c’è molta più violenza di quanto non si creda, nonostante se ne parli molto di più. Noi donne non dobbiamo dimenticare di avere la responsabilità di interrogarci fortemente su quanto uno schema pregresso agisca dentro di noi, anche a livello inconscio”.

Con Mirandolina, Goldoni anticipa un altro tema oggi delicato, quello della stigmatizzazione delle donne che scelgono di non sposarsi e non avere una famiglia: “È un personaggio allegro, giocoso, con uno spirito da un lato ancora fortemente fanciullesco e dall’altro ben piantato nel suo presente; è una donna imprenditrice e calcolatrice determinata a conservare la propria posizione di indipendenza. Il suo giocare con il cavaliere è un voler recuperare punti con un personaggio che l’ha inizialmente disprezzata, ma l’aspetto fortemente amaro è quello del doversi sottomettere, anche solo in parte, a una volontà esterna in nome della reputazione che rischia di perdere con la società. Oggi, questa pressione sociale è ancora fortissima, indirettamente scritta nel nostro DNA. Un po’ come accade per il senso di inadeguatezza fisica”.

Quello di Mirandolina è un ruolo iconico, con un peso teatrale non indifferente: “Interpretarla mi dà una grandissima gioia. Le più grandi attrici si sono messe alla prova con questo personaggio e rappresenta proprio per questo una sfida importante. Ho cercato di trovare un modo personale di approcciare una figura che viene portata sul palcoscenico da quasi trecento anni. C’è dietro un grande lavoro di studio e di calibrature, anche per evitare di cadere in quei cliché legati alla tradizione goldoniana e al goldonismo. Quello che è stato raggiunto è il risultato del lavoro a livello interpretativo fatto insieme a Marco Belocchi che, oltre alla luce e al gioco, mi ha chiesto di portare fuori tanta ombra, facendo risaltare anche l’aspetto del piccolo dramma sociale prima ancora che personale presente nell’opera. Nel testo c’è una malinconia che è quella di un mondo intero. L’allestimento è sicuramente nella tradizione, non stravolto dal punto di vista temporale; la modernità è nel riuscire a tirare fuori le inquietudini dei personaggi”.

Analizzando il rapporto tra commedia dell’arte e commedia riformata, Goldoni è con la sua penna un grande innovatore: “È un autore meraviglioso che ha verso i suoi personaggi uno sguardo feroce e compassionevole allo stesso tempo, quasi come se li guardasse da una prospettiva più alta, raccontandone le vicende con eleganza e delicatezza”.

Avere quasi tre secoli e non sentirli: la modernità del capolavoro goldoniano è tale che potrebbe essere stato scritto un anno fa: “Questo è il piglio dei grandissimi autori, quelli che diventano classici perché eterni – precisa l’attrice – Riescono a entrare nel cuore con la loro tridimensionalità e non ne escono più”.

(foto di Maria Letizia Avato)

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