Marco Belocchi porta sul palco del Teatro Anfitrione La Locandiera di Carlo Goldoni
di Maria Laura Pala
Decidere di portare in scena un classico non è mai un’operazione semplice, tanto più se si tratta di un pilastro della drammaturgia italiana di quasi trecento anni, ma Marco Belocchi non si è fatto intimidire e, dal palco del Teatro Anfitrione di Roma, ha regalato al pubblico uno spettacolo fedele alla tradizione teatrale più autentica. Il suo allestimento de La Locandiera di Carlo Goldoni non ha bisogno di essere alternativo o sperimentale per conquistare il pubblico che, grazie alle scene e ai costumi di Gianluca delle Fontane e Maria Letizia Avato, vive per due ore il sapore della Firenze settecentesca.
Un quadro curato nei minimi dettagli che racconta il passaggio da una società nobiliare a una imprenditoriale in cui la vera protagonista diviene la figura femminile, assoggettata a tutte quelle sovrastrutture che ancora oggi si fa fatica a scardinare: il divertente e al tempo stesso amaro confronto tra Mirandolina, nei cui panni Maria Teresa Pintus dà voce a tutta l’intraprendenza e sagacia pensata da Goldoni per la donna, e il Cavaliere di Ripafratta, superbamente interpretato da Fausto Morciano, è la corda vibrante intorno a cui si sviluppa tutta la vicenda, leggera e profonda al tempo stesso.

Giacomo Rosselli e Dario Biancone, rispettivamente il Marchese di Forlipopoli e il Conte d’Albafiorita, sono la divertente personificazione dei cambiamenti sociali raccontati dal commediografo veneziano e al cui interno la protagonista afferma la propria autodeterminazione e indipendenza. I due, tutt’altro che ingessati nei panni della tradizione, propongono due interpretazioni fresche e divertenti che, insieme a quelle altrettanto notevoli delle due commedianti Ortensia e Dejanira, portate in scena da Sabrina D’Alonzo e Caterina Boccardi, contribuiscono a far sorridere il pubblico, seppur con un retrogusto amaro. Impeccabili nelle loro performance anche Vito Buchicchio, il fidato Fabrizio, e Matteo Maria Mascetta, nei panni del cameriere.
Non semplice il ruolo di Maria Teresa Pintus che, con Mirandolina, diviene portavoce di tutte le donne che, ogni giorno, devono mediare tra la propria natura e ciò che invece ci si aspetta da loro, in un continuo gioco di compromessi e mediazioni: l’attrice si muove tra i pannelli che amplificano spazi immaginari con naturalezza e spontaneità, prima provocatrice poi combattente, non sensuale ma ironica, come la protagonista goldoniana deve essere.
Tutti gli ingranaggi della macchina guidata da Marco Belocchi funzionano alla perfezione in un lavoro corale ben strutturato dove a vincere, oltre alla squadra, è il teatro: il regista, nello scegliere la tradizione, mette in campo abilità e competenze che non hanno bisogno di effetti speciali ma solo di pubblico che ne apprezzi la forza e la genuinità.
(foto di Maria Letizia Avato)
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