Al Teatro Marconi Il cervello complice, la pièce tratta dal saggio di Jill Bolte Taylor sui quattro caratteri dell’area cerebrale
di Maria Laura Pala
Anche la scienza può essere divertente e il teatro diventare occasione di divulgazione scientifica, come ha abilmente dimostrato Giuseppe Gandini con Il cervello complice, lo spettacolo in scena al Teatro Marconi di Roma fino a domenica 30 marzo: una pièce frizzante e ben strutturata che, con leggerezza e semplicità, avvicina il pubblico all’affascinante mondo delle neuroscienze, svelando alcuni dei meccanismi basilari del cervello umano.

Nata da un’idea di Silvia Mazzotta, sul palco con Valentina Bruscoli, Marta Iacopini, Uma Salusti e Francesca D’Urso, l’opera di Giuseppe Gandini, autore e regista, racconta in che modo la neuroanatomista Jill Bolte Taylor sia venuta a conoscenza di una struttura del cervello diversa da quella accettata fino a poco tempo fa, arricchendola di particolari: Sara, interpretata da Silvia Mazzotta, è una giornalista inviata alla presentazione dei risultati delle ricerche condotte dalla scienziata che, dopo aver avuto un ictus all’età di trentasette anni, scopre alcuni meccanismi cerebrali ignorati fino a quel momento.
“Conobbi la figura di Jill Bolte Taylor in occasione di un TED Talks e ne rimasi affascinata – spiega l’attrice che interpreta la reporter – Mi colpì il modo in cui aveva raccontato il suo ictus e da lì approfondii, arrivando al libro in cui parlava dei caratteri del cervello”.
Ed è appunto intorno ai quattro characters individuati all’interno dell’area cerebrale dalla neurobiologa che si sviluppa tutto lo spettacolo di Gandini: quattro personaggi che dialogano tra loro e con la stessa Sara, di cui sono anche proiezioni, rappresentando le quattro diverse aree che regolano emozioni e reazioni. Non più solo emisfero destro emotivo ed emisfero sinistro razionale, ma una similarità che differisce nel funzionamento: “Entrambe le aree hanno sia una parte emotiva limbica che una razionale, la corteccia cerebrale, ma funzionano in maniera differente – spiega Silvia – L’emisfero sinistro mette insieme il tempo, collegando passato, presente e futuro; quello destro invece è nel qui e ora. Noi siamo essere senzienti che pensano e non il contrario, ecco perché nell’emisfero destro si è bambini istintivi mentre in quello sinistro si mettono insieme le esperienze passate e si proiettano nel futuro”.
Liberamente ispirato al saggio Whole brain living di Jill Bolte Taylor, Il cervello complice presenta, anche grazie al disegno luci di Roberto Bonfantini e alla scenografia di Massimiliano Vasta, una dimensione in bilico tra il reale e l’onirico con i quattro caratteri del cervello perfettamente definiti non solo dall’interpretazione delle attrici ma anche dai colori dei costumi di Monica Raponi: alla destra degli spettatori, area sinistra del cervello di Sara, i caratteri C1 e C2, razionali e radicati nell’evolversi del tempo e interpretati in maniera impeccabile da Marta Iacopini e Valentina Bruscoli; alla sinistra del pubblico, area destra del cervello, quelli C3 e C4, emotivi e istintivi, isolati nel qui e ora, nei cui panni si sono cimentate con freschezza e bravura le giovanissime Francesca D’Urso e Uma Salusti.
In una camera d’albergo a quattro stelle dal nome emblematico, New Brain Hotel, con due sole uscite, una verso il bagno e una verso il mondo, la protagonista entra in contatto con la sua parte più intima, prendendo consapevolezza di quanto avviene a livello inconscio.
Le canzoni di Bob Dylan e Carrie Newcomer, arrangiate da Lorenzo Graziani e cantate da Uma Salusti, sono parte integrante della narrazione che procede anche grazie all’impatto dei testi proiettati sullo sfondo.
Il cervello complice è un lavoro corale in cui tutti lavorano in sinergia, quasi a rispecchiare il funzionamento stesso del cervello che, suddiviso in varie aree, si muove verso un unico obiettivo ben definito.
Lo spettacolo di Giuseppe Gandini non è solo un omaggio alle scoperte di Jill Bolte Taylor e all’affascinante mondo racchiuso dentro la scatola cranica di ognuno: è anche la storia di una donna che, come tante, si divide tra aspirazioni professionali e doveri familiari, stretta tra il senso di colpa e la mancanza di riconoscimento da parte di chi dovrebbe invece sostenerla e spronarla. “Raccontiamo la storia di una donna come noi – precisa Valentina Bruscoli, materna e protettiva nei panni del carattere C2 – Una donna di oggi che riesce a fare uno scatto di emancipazione grazie alla consapevolezza. Raccontiamo una contemporaneità che riguarda tutte e che si incrocia con la narrazione scientifica”.
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