Alessandro Fea: “Si conosce la sua poesia ma non la storia che si cela dietro”. Commovente interpretazione di Stella Novari, sul palco nel ruolo della poetessa.
di Maria Laura Pala
Aveva chiamato Terra Santa quel non-luogo in cui era stata rinchiusa; lo aveva chiamato così perché privo di peccato. Ma di colpe, là dentro, ce ne erano eccome: sante erano solo le anime innocenti di chi era costretto a perdercisi. “Perché vi vergognate di me? – recita Stella Novari, protagonista dell’omaggio ad Alda Merini intitolato La chiamavamo Terra Santa e in scena per due giorni al Teatro Cometa Off di Roma dopo l’apprezzato debutto dello scorso anno – Mi sono solo persa; la mia anima si è persa”. Nei panni pesanti e madidi di sofferenza di Alda Merini, una delle penne più rappresentative della poesia italiana, la protagonista dà voce al tormento e allo spaesamento di quanti non sono stati aiutati ma semplicemente allontanati.
Lo spettacolo scritto da Alessandro Fea e Stella Novari, tratto dalle pagine dei diari di Alda Merini, è un tagliente promemoria di una realtà che sulla carta ha smesso di esistere con la legge Besaglia del 1978 ma che, nel concreto, continua a persistere in forme diverse: “Il manicomio non aiuta, non guarisce – scriveva la poetessa – Il manicomio uccide”. Internata per quasi dieci anni in un ospedale psichiatrico dal 1964 al 1972, a cui vanno aggiunti i vari ricoveri precedenti e successivi, Alda Merini è stata testimone della disumanizzazione dell’individuo innanzi alla malattia mentale, sopravvivendo forse solo grazie alla scrittura: “Aiuta la mente – recita la protagonista – Mi aiuta a stare viva. Il pensiero mi è rimasto libero”.

La chiamavamo Terra Santa non è solo un omaggio alla forza disarmante delle parole della scrittrice ma anche impegno a non dimenticare e far conoscere quello che succedeva, meno di cinquant’anni fa, negli istituti psichiatrici. Stella Novari riesce, con ammirevole semplicità e potenza, a calarsi negli antri più bui dell’anima di Alda Merini, luminosa nonostante la notte a cui era stata condannata, rinchiusa in “un labirinto in cui avrei fatto molta fatica per uscire”.
Da una parte il suo studio, con la scrivania e le sedie in paglia di Vienna, la casa, luce calda, vita; dall’altra il letto freddo e asettico del manicomio, la privazione della libertà, luce fredda, morte: tutto nella messa in scena è studiato nei minimi dettagli, come la chitarra elettrica di Alessandro Fea che taglia l’aria e fa vibrare anche le corde del pubblico.
Poesia nella poesia, monito ad andare oltre la paura stessa della morte: “Al lettore ricordo – dice Alda Merini alias Stella Novari, in piedi davanti alle sue carte – che la persona che scrive è molto diversa da quella che vive”.
(foto Grazia Menna)
©Riproduzione riservata

