“Esuli del tempo”: guerra, alieni e body painting al Teatro di Documenti

Con i due atti unici scritti da Stefano D’Angelo, Marco Belocchi rivisita il mito e amplifica l’umana disumanità

di Maria Laura Pala

Mito e distopia si intrecciano nell’ultimo spettacolo portato in scena da Marco Belocchi al Teatro Di Documenti di Roma: il doppio atto unico, firmato Stefano D’Angelo e intitolato Esuli del tempo, è una pièce sfidante e disturbante che vuole far riflettere portando il pubblico innanzi all’affresco di una surrealtà sempre più concreta. Appunti sulla guerra di Troia e La caccia, testi scritti in tempi diversi e non consequenziali, sono i due momenti di una narrazione che racconta l’involuzione di una società disumana destinata all’autodistruzione: aspetti di ordinaria quotidianità.

La penna di Stefano D’Angelo, sebbene lucida e acuta, regala agli spettatori un immaginario fin troppo conosciuto, fatto di guerra e distruzione che non riescono a trovare un senso, né tantomeno una conclusione: nel primo tempo, il guerriero troiano, figura femminile che parla al maschile dopo essersi fatta bendare ben stretti i seni, si prende gioco di Omero e degli aedi che, come lui, han narrato le gesta di eroi che eran prima di tutto uomini; nel secondo, alieni disumani camuffati da umani ancor più disumani si cacciano tra loro, tradendo le rispettive fiducie. Tutto amaramente noto, come le immagini che vengono proiettate sulle pareti durante il primo atto e che rischiano di distogliere l’attenzione dalla decisa interpretazione di Maria Carla Generali, vera sorpresa.

La coppia Maurizio Castè e Simone Destrero, inaspettata nel primo tempo, è la protagonista del secondo, insieme a Tania Lettieri: se in Appunti sulla guerra di Troia sono i primi due a fare capolino da giù, ne La caccia è la terza a scendere giù, quasi a collegare i due momenti e le due dimensioni.

Buona la scelta del regista di sfruttare a pieno lo spazio scenico offerto dal Teatro di Documenti che, mettendo a disposizione due diversi ambienti, permette non solo di separare spazialmente i due tempi della messa in scena, ma anche di far prendere allo spettatore una pausa, fisica e mentale, da uno spettacolo che ne racchiude a tutti gli effetti due.

Le musiche originali di Fabio Bianchini, le luci di Paolo Orlandelli e le scene di Maria Letizia Avato completano i due quadri, restituendo una visione accurata ma che non rompe la tradizione della narrazione distopica.

 Esuli del tempo è uno spettacolo non semplice, soprattutto nella fruizione, resa impegnativa dai tempi lunghi che avrebbero potuto essere alleggeriti dedicando meno spazio alla decorazione del corpo di Maria Carla Generali durante il primo atto, performance nella performance: l’intervento pittorico dal vivo di Monica Argentino catalizza infatti l’attenzione degli spettatori, colpiti, al loro ingresso in sala, dalla fisicità della protagonista, ma allunga il già importante monologo della protagonista, padrona della scena.

Quella presentata da Marco Belocchi resta, in ogni caso, una pièce forte e destabilizzante in grado di mettere a nudo, senza filtri o edulcorazioni, i lati più oscuri del nostro tempo.

(Foto Maria Letizia Avato)

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