“Tracce di tacchi”, haje truvato ’a forma d’ ’a scarpa toja

Il nuovo libro di Pino Ammendola racconta, con spirito partenopeo, il mondo con un passo differente

di Maria Laura Pala

Si potrebbero passare ore ad ascoltare Pino Ammendola che, partendo dal suo ultimo libro Tracce di tacchi, si racconta nella sua essenza più profonda: “I napoletani hanno una passione straordinaria per le scarpe – spiega, seduto su una panchina a due passi dall’Auditorium Parco della Musica di Roma, appena tornato dalla presentazione del suo lavoro al XXIII Festival del Teatro Romano di Volterra – Potrai anche vederne uno dimesso, povero, con un vestito liso, ma le sue scarpe saranno lucide”. E, fedele alla napoletanità che gli scorre nelle vene, l’attore, regista e drammaturgo partenopeo è sempre stato affascinato e ispirato dalle scarpe, al punto da scegliere di dedicare loro, molto più che un semplice accessorio di moda, una seria di racconti: “Le scarpe sono la macchina per il nostro viaggio quotidiano – dice – Rappresentano, allo stesso tempo, il momento di separazione e di unione con il pianeta. Incantato fin da piccolo da questo meccanismo, ho voluto raccontare la realtà da una angolazione diversa”.

Non scarpe antropomorfe che parlano, ma punto di partenza da cui dare il via a nuove visioni: Tracce di tacchi è una raccolta di sette racconti, scritti in trent’anni di vissuto, in cui l’autore dà voce a storie diversissime tra loro. Dal décolleté foderato di ceramica in cui bere champagne, creato da un calzolaio degli anni Cinquanta che lavorava solo per le prostitute, ai mocassini azzurri senza suola come quelli degli indiani di una giovane guida turistica in Costiera Amalfitana sul finire degli anni Sessanta; dagli stivali rossi con il potere di far cambiare vita a una piccola borghese al commerciante “con variante”, in ricordo della zuppa di pesce paterna, che vendeva solo nei giorni di festa: “Questa è l’unica nota vera tra tutti i racconti – precisa l’autore – Ogni volta che mio padre faceva una zuppa di pesce doveva aggiungere una diversità. Il resto è tutto inventato, anche se con elementi di vissuto reale”.

Frutto non della fantasia di Pino Ammendola ma della sua esperienza sono invece le tracce, da cui il titolo, che accompagnano i singoli racconti: “L’attuale libro nasce da una prima versione, Scarpediem, scritta nel 2014 – precisa l’attore – a cui mi era stato chiesto di integrare altri sette racconti; io però ho voluto invece aggiungere il quando, come e perché fosse stato scritto ogni testo precedente. Si tratta di mie confessioni personali, racconti della mia vita che danno un’idea dell’humus da cui sono nate le diverse idee. Ho cercato, per quanto possibile, di adeguare lo stile di queste premesse ai sette racconti, scritti con stili diversi per età e momenti differenti”. Ed ecco che si scopre il perché del primo racconto composto, la storia di una donna che cercava delle scarpe magiche, e di tutti gli altri, tra cui anche quello dell’investigatore privato sulle orme delle scarpe rubate di Marilyn Monroe a Los Angeles e di quello che parla di un gruppo di musicisti in giro in barca a vela, per le acque capresi, a inizio Novecento: “Quest’ultimo è quello a cui personalmente sono più legato – aggiunge il drammaturgo – Sono malato di mare, penso addirittura di essere fatto di acqua salata. Non per niente, nella mia vita, c’è un quinto punto cardinale che è la posizione del mare rispetto a me. Ben due racconti sono stati scritti in barca, uno addirittura durante una traversata dell’Oceano Indiano”.

Presentazione del libro "Tracce di tacchi" a Volterra in occasione del XXIII Festival del Teatro Romano

Non solo racconti e tracce, ma anche note e citazioni famose che confermano e rafforzano il forte legame tra Pino e uno strumento che diviene espressione: “Con un paio di scarpe nuove puoi andare ovunque, sono benessere – dice – Guardo sempre cosa ci sia ai piedi delle persone, non solo delle donne ma anche degli uomini. Mi faccio un’idea e capisco il loro atteggiamento verso la vita. Come recita un vecchio detto, le scarpe parlano di noi, sono lo specchio dell’anima”.

Con Tracce di tacchi Pino Ammendola va oltre l’uso della scrittura come strumento di lavoro e risponde alla forte esigenza di comunicazione che da sempre anima tutto il suo operato: “L’dea che qualcuno, nell’isolamento di un proprio spazio intimo, legga me e, di conseguenza, parte della mia vita, entrando a far parte delle mie emozioni, è bellissimo. Si crea una connessione tra noi e qualcuno che non si conosce, che è anche un po’ il motivo per cui, a Napoli, è stato inventato il caffè sospeso”.

Come insegna Sherazade, finché hai una buona storia da raccontare hai salva la vita: “Secondo una tradizione ebraica Dio ci ha creato per sentirsi raccontare delle storie – aggiunge l’autore – Ciò vuol dire che quando raccontiamo delle storie non facciamo altro che il nostro dovere”.  E Pino Ammendola, con la sua passione verso la vita, lo fa egregiamente, facendo emozionare con l’arte: “È sufficiente un foglio bianco per creare dal nulla un qualcosa in grado di far ridere o piangere”, afferma. Come dicono a Napoli, haje truvato ’a forma d’ ’a scarpa toja.

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