Di farse e commedie dell’equivoco: quando per far ridere bisogna essere bravi

Fresco di successo al Teatro Roma con Ti scoccia se ti chiamo amore?, Luca Giacomozzi si racconta: “Il mio più grande amore resta la scrittura”

di Maria Laura Pala

Con Ti scoccia se ti chiamo amore? ha portato nel panorama teatrale italiano un sapore diverso di cui si sentiva la mancanza e il grande successo riscosso al Teatro Roma ne è stato la dimostrazione; la sua penna, esilarante e profonda al tempo stesso, è una ventata di novità e qualità, non sempre facile da trovare nelle produzioni contemporanee: per Luca Giacomozzi, autore e regista di singolare bravura, il teatro – e ancor più scrivere per esso – è una ragion d’essere. “Arriva fin da piccolo – racconta il commediografo romano – Ho avuto la fortuna di avere una famiglia con l’amore per questa forma d’arte e uno zio che, anche se a livello amatoriale, scriveva testi per il palcoscenico. Ho poi iniziato, crescendo, ad avvicinarmi a generi diversi da quelli che vedevo con loro”.

L’interesse verso uno stile differente da quello che caratterizza la scena italiana è evidente nella scelta di scrivere una commedia dell’equivoco quale quella portata sul palco a Roma: “Scoprii una grande passione per gli autori inglesi – continua Luca – in particolare per la farsa di Ray Cooney e la commedia di Neil Simon, due autori contemporanei che ho sempre trovato brillanti e divertenti. Avendo un carattere introspettivo però il primo testo che scrissi fu tutt’altro che una commedia: ispirato da un Aspettando Godot che vidi al Teatro dell’Orologio e che mi folgorò, mi chiusi in casa per due giorni a scrivere per circa quaranta ore; quello che uscì fuori fu un’opera di un’oretta e dieci, un testo a due, profondo, dichiaratamente ispirato allo spettacolo che avevo visto e che mi aveva illuminato. Ma l’amore per la commedia ci fu da subito e ancora oggi mi piace molto legarla a momenti più intimi di riflessione”.

Non è facile riuscire a far ridere duecento persone in sala, come invece accaduto con Ti scoccia se ti chiamo amore?: “Per quanto la commedia sposi meglio il consenso del pubblico che esce di casa per distrarsi – spiega il regista – la comicità, a differenza degli aspetti più intimi, è più soggettiva e non è detto che tutti ridano alle stesse battute. L’ultimo spettacolo portato in scena era una farsa, giocava sull’equivoco e sullo scambio di persona. Si tratta di un genere che diverte molto il pubblico ma a cui gli autori italiani difficilmente si approcciano; questa si sposta dall’idea di commedia classica e arriva direttamente da quella francese. Per scrivere una farsa si devono incastrare equivoci ed espedienti per far ridere, mettendo in difficoltà i personaggi; non è facile. Quella appena presentata sarà la prima e unica”.

Scritto una quindicina di anni fa, negli anni di Babi, Step e del loro stare tre metri sopra il cielo (riferimenti che il pubblico più giovane avrà probabilmente fatto più fatica a individuare), Ti scoccia se ti chiamo amore? ha raggiunto oggi, dopo alcune rappresentazioni in piccoli teatri, il successo che merita: “La scrissi di istinto, durante una vacanza estiva – precisa Giacomozzi – Nasceva dalla voglia di scrivere un testo di questo tipo, con il solo obiettivo di divertire e far passare un’ora e mezza senza cadere nei cliché della solita comicità”. E il risultato ottenuto è indubbiamente quello desiderato.

Ma la stagione di Luca Giacomozzi non si ferma a questo ultimo successo: a febbraio, con Ho imparato a sognare, tornerà sul palco del Teatro Roma: “È una commedia classica italiana, come quelle che si facevano negli anni Settanta – spiega – Si tratta di un testo che porta avanti due storie parallele, quella di amicizia tra i due personaggi maschili (Bruno e Mirko, interpretati da Attilio Fontana ed Emiliano Reggente) e l’altra di amore tra Asia e Michela (Francesca Pausilli e Claudia Ferri). Amore conflittuale da una parte e amicizia che deve ancora nascere dall’altra. Tutta la vicenda si svolgerà nell’arco di un anno, con cambi di scena e ambientazioni abbastanza nette che richiedono un grande lavoro a livello scenografico e registico. Tengo molto a questo nuovo spettacolo perché parla del coraggio di continuare a sognare e credere non solo nei propri sogni ma anche nei rapporti, secondo me fondamentali. I personaggi partono distanti per poi avvicinarsi; parlano di relazioni vere, reali, affrontando i propri limiti caratteriali, le proprie difficoltà, con l’obiettivo di superarli”. A Luca Giacomozzi piace giocare sull’equilibrio tra commedia e quel sapore dolce-amaro degli spettacoli di una volta, andando a toccare corde più intime nonostante la risata: “Ridi, sorridi e alla fine ti emozioni – dice – elevando, dal mio punto di vista anche la nota comica. Una bella sfida”.

E ancor più bella è la sfida che l’autore mette in atto ogni volta che inizia a pensare a un nuovo progetto: “Penso ci sia una linea da seguire se vuoi essere coerente con quello che vuoi comunicare – afferma – si deve cercare di allargare lo sguardo. Mi diverte cambiare rimanendo sempre centrato, così da attivare e riattivare la creatività”. Ma per quanto bello e sfidante fare regia, il primo grande amore di Luca era e resta la scrittura: “Con la regia costruisci rapporti, ma mi dà indubbiamente più gusto scrivere. Ho iniziato a farlo per lavoro intorno ai vent’anni, mentre la regia arrivò dopo, per necessità. La scrittura però è prima di tutto una esigenza personale. È il mio primo amore”.

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