Intervista a Maritè Salatiello, coach multidisciplinare e ideatrice del metodo Becoming Yourself®: “Tutti abbiamo uno o più traumi”. Come anche i piccoli eventi emotivi modellano identità, relazioni e performance personali
di Maria Laura Pala
Un bambino, dopo aver perso una competizione sportiva, corre in lacrime dalla madre in cerca di conforto e lei, per consolarlo, lo esorta a non piangere dicendogli che non è successo nulla: quel bambino ha appena subito un trauma; quel bambino siamo tutti noi. Sminuendo la situazione, anche se in buona fede, è stata tolta all’adulto del domani la possibilità di comprendere quanto le proprie emozioni siano importanti e gli è stata anche involontariamente inculcata la convinzione di essere sbagliato. Ecco perché tutti abbiamo un trauma ed ecco perché, soprattutto, è importante comprendere – e accettare – che non è necessario vivere eventi traumatici e scioccanti per portarne addosso gli effetti.

“Il trauma è ciò che resta di un evento che non è stato processato del tutto nel momento in cui è accaduto e per il quale sono rimasti nel corpo dei residui – lo spiega bene Maritè Salatiello che, coach multidisciplinare e ideatrice del metodo Becoming Yourself®, sull’individuazione ed elaborazione del trauma ha incentrato tutta la sua attività – Questi possono essere emozioni, pensieri, convinzioni o blocchi. L’evento può essere scioccante o di sviluppo (che si ripete). Il secondo è dato dalla ripetizione di micro-eventi traumatici come essere rimproverati, negati della propria verità o impossibilitati a esprimere i propri bisogni emotivi. ”. Ma cosa avrebbe permesso allora al bambino di superare quella prima piccola e insignificante sconfitta? La presenza di un testimone: “Il trauma avviene quando non c’è un testimone che interviene nel momento in cui si verifica l’evento traumatico. Se è presente, sia come individuo che come società – spiega Maritè Salatiello –e ne riconosce il dolore, il trauma sarà più facilmente processabile. ‘Ti capisco; è vero, fa male perdere, ma passerà’. Al contrario, se non c’è nessuno che venga in nostro soccorso, subentra la vergogna e da lì il trauma dato dallo sviluppo di una convinzione errata, come per esempio il pensare di essere sbagliati”. È da questo assunto di base che nasce il brand di Maritè e l’obiettivo di aiutare le persone a distruggere i propri blocchi e costruire la migliore versione di sé, evitando che il trauma non processato diventi una proiezione costante all’esterno dei propri dolori irrisolti.

Artista poliedrica – attrice, produttrice, speaker e scrittrice – Maritè Salatiello decide di dedicarsi esclusivamente al coaching dopo aver iniziato a esplorare, partendo dalla recitazione, il profondo legame tra corpo, emozioni e trasformazione identitaria. È alla Susan Batson Studio di New York, dopo essersi specializzata nel Metodo Acting, che inizia a pensare al programma di cui è ideatrice. Si rende conto che le problematiche affrontate dagli attori nello studio dei personaggi non si discostavano troppo da quelle vissute al di fuori del palcoscenico: “Il lavoro di recitazione non parte da fuori ma da dentro – spiega – non parte dal costume o dalla parrucca ma dal trauma, dal trovare in ciascuno il proprio evento traumatico, la propria emozione. È fondamentale conoscere il proprio corpo e utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per potersi trasformare in qualcosa di diverso. Si deve lavorare sulla conoscenza del corpo e delle emozioni, sulla capacità di muovere le energie, trasformandole e ottimizzandole. Il corpo può essere mandato in qualunque direzione”.
Il Metodo
Becoming Yourself® è un brand di coaching multidimensionale che ha come obiettivo lavorare sull’identità e sulla trasformazione identitaria della persona; un metodo che integra arte, lavoro
somatico e pratiche terapeutiche nell’accompagnamento di individui o gruppi
in percorsi di guarigione: “Tutto il mio lavoro si basa sull’individuazione di goal, sia materiali che personali – precisa Maritè, incontrata a Roma poco prima dell’inizio dell’evento live chiamato Rituale – BY The Experience, uno dei momenti più importanti di tutto il Metodo – ‘Cosa potresti creare se avessi a disposizione tutto quello che ti serve, se fosse tutto accessibile a te? Cosa vuoi creare nella tua vita?’ In qualunque ambito, dalla situazione sentimentale a quella lavorativa, vi è sempre un obiettivo da individuare e una trasformazione da attuare. Avere dei goal non vuol dire necessariamente raggiungerli ma anche solo riuscire a creare una trasformazione interiore che permetta di avvicinarsi a essi. Becoming Yourself® è un processo che mette insieme lavoro somatico, attività sul sistema nervoso, sulla presenza corporea, sulle emozioni e sui traumi; è un lavoro di mindset, poiché il corpo è legato anche alla mente, e fare mental coaching è necessario per lavorare sul sistema delle convinzioni mentali legate alle emozioni. È un lavoro energetico, di embodiment (incarnazione), di trasformazione”.

Aiutare le persone a individuare un obiettivo e lavorare per ottenere una trasformazione: la missione prefissatasi da Maritè con Becoming Yourself® è questa. “Non ci si deve concentrare su come raggiungere il goal ma su chi si vuole diventare – dice –Prima di capire le azioni da intraprendere bisogna lavorare sulla persona e sulla sua energia. Un altro sistema che utilizzo in questo caso è quello dello Human Design che permette di connettersi con il corpo e comprenderne l’unicità e l’identità. Io posso capire come funziona il mio corpo ma se non lo utilizzo verso la realizzazione di un obiettivo è inutile”.

Becoming Yourself® è un insieme di tanti strumenti che funzionano perché riuniti in un metodo articolato intorno a tre momenti chiavi: l’esplorazione e individuazione del trauma, lo svergognamento di esso (l’Unshaming) e la costruzione di una nuova identità futura. “Il trauma nasce prima di tutto a livello somatico – spiega Maritè – nasce nel corpo e vive poi anche nella mente. Come attrice, non riuscivo ad avere una vita sana perché rivivevo il mio trauma ogni giorno sul palco e non ero in grado di tornare a me perché non avevo una mia identità. A quel punto ho iniziato a studiare questi nuovi strumenti e ad appassionarmici, desiderando trovare il modo di supportare me stessa e tutti gli attori che soffrivano di depressione e problematiche legate alla giusta separazione tra chi fossimo nella realtà e il ruolo che andavamo a interpretare. Lavorando sul mindset, sulla sfera energetica e somatica, mi sono resa conto che ne avevamo bisogno tutti e che volevo creare qualcosa che potesse essere trasformativo. Ogni essere umano può cambiare letteralmente la genetica del proprio corpo e la scienza ce lo ha dimostrato: esistono processi che dimostrano come la ripetizione di determinate azioni porti al cambiamento, prima di tutto fisico. Basti pensare alla respirazione”.
L’Unshaming, verso la costruzione della nuova identità
“L’Unshaming è uno degli strumenti che io offro alle persone per individuare il proprio trauma – continua la terapista somatica specializzata in trasformazione personale – In questo modo lo identifichiamo e capiamo perché ci fa star male. L’Unshaming interviene come testimone: prende le ombre e tutto quello che la memoria ritiene sbagliato e lo normalizza di fronte ad altre persone. Quando noi facciamo Unshaming andiamo a scoprire i più inconfessabili desideri, amplifichiamo le emozioni e il sistema nervoso scarica per creare nuovo spazio per qualcosa di diverso. Qualunque cosa sia successa, non è un problema ma un fatto da cui partire e su cui lavorare. La difficoltà più grande è arrendersi alla verità, prendere consapevolezza che non si sta bene e che si vuole cambiare: spesso le persone non si danno possibilità e preferiscono colpevolizzare qualcosa di esterno piuttosto che assumersi la responsabilità di riconoscere la propria situazione. È importante accettare la radicale verità con neutralità e da lì iniziare a guarire quello che serve per costruire la persona del goal. Nel processo di Becoming Yourself® la terza fase è infatti quella in cui si capisce cosa si vuole creare”.


Un lavoro in cui non ci può essere giudizio ma solo ascolto e comprensione: “Il cliente deve avere la libertà di esprimersi e io sono il testimone che deve capire quando intervenire oppure no. Con la mia attività regalo una esperienza che non deve essere necessariamente stratosferica ma autentica, in cui sentirsi visti e riconosciuti. Il nostro trauma deriva dalla negazione dei nostri bisogni, fisici, emotivi o di espressione; gli studi hanno dimostrato che non è necessario essere stati in guerra per avere un corpo traumatizzato: la società dello shaming, quella in cui si vive in un sistema di costante negazione della propria verità, porta inevitabilmente al trauma. Spesso confondiamo la nostra identità con quella che è semplicemente una risposta all’evento traumatico”.
Il principio del lavoro di Maritè Salatiello è accogliere ciò che viene represso e, a volte, punito: da qui comincia la trasformazione e il ritorno a un senso di potere. Le persone tornano ad avere una connessione con quanto represso e non familiare, ma se si vuole ottenere una trasformazione e costruire bisogna prima riappropriarsi della verità: “Non è un processo facile ma che diventerà sempre più snello con il tempo perché il trauma si presenterà e ripresenterà in forme diverse, ma sempre più deboli, grazie anche a un processo di alchimizzazione delle emozioni. Queste ultime non si devono ignorare ma trasformare: la vulnerabilità può diventare forza, la rabbia determinazione”.
Tra le difficoltà più grandi che si incontrano da coach nel processo riguarda la predisposizione delle persone a lasciarsi andare senza restare troppo chiuse nella propria mente: “Diventa complicato lavorare con chi non si rende disponibile o non riesce a essere curioso di conoscere aspetti nuovi della propria persona – aggiunge Maritè – Anche io non so mai cosa mi aspetti ma il lavoro somatico è bello proprio perché, a differenze delle storie a cui l’ego si attacca nella parte cosciente, tira fuori tutto l’inconscio”.
“Penso di essere qui per creare cambiamento e trasformazione – conclude la creatrice di Becoming Yourself® – questo è quanto di più reale sento sulla mia pelle. Sono un coach ma dentro continuo a essere un’artista: senza la mia attrice non ci sarebbe mai stata la mia coach. Un coach che non è incarnazione di quello che insegna non può funzionare: un attore deve avere capacità di analisi, di osservazione, di embodiment e la mia attrice mi dà il pragmatismo e la capacità di analizzare con attenzione quello che mi circonda, attuando un lavoro trasformativo. Per poterlo insegnare devi averlo dentro”.
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