Al Teatrosophia l’adattamento di Claudia Rota tratto dal romanzo di Rossana Campo che mette a nudo il crollo emotivo post-abbandono segnato da alcol, solitudine e riabilitazione
di Maria Laura Pala
Tutto talmente noto da poter fare erroneamente pensare che se ne sarebbe potuto fare a meno ma la verità è che lo spettacolo scritto e diretto da Claudia Rota, liberamente tratto dal romanzo di Rossana Campo Più forte di me – da cui anche il titolo della pièce – va oltre l’ovvietà e sbatte in faccia allo spettatore temi di cui si abbonda nel virtuale ma si sfugge nel reale, dove non va bene soffrire a lungo per una storia d’amore che finisce, dove lo spirito che si spezza non ha lo stesso valore di un osso rotto e il detto il vero amico si vede nel momento del bisogno è un evergreen che non passa mai di moda.
Sul palco del Teatrosophia di Roma fino a domenica 1° marzo, Claudia Rota e Alessandro Catalucci raccontano, senza filtri e senza troppi giri di parole, il crollo emotivo di una scrittrice abbandonata di punto in bianco dal marito dopo averla tradita: in un allestimento scenografico misurato e di impatto, firmato da Alessandra Lucarini, tra lattine e bottiglie di birra vuote disseminate ovunque per enfatizzare il peso dell’alcolismo, Claudia rivive il percorso della protagonista dallo smarrimento all’autodistruzione, superato solo grazie al ricovero in clinica. Con lei, padrone del ruolo, Alessandro Catalucci che, grazie al ben pensato escamotage registico, si divide abilmente tra tre diversi personaggi senza mai abbandonare la scena: è sufficiente prendere di volta in volta un abito diverso tra quelli appesi in un angolo in penombra, per essere alternativamente marito fedifrago, amico fidato e compagno di centro riabilitativo. Originale e di impatto, soprattutto per il pubblico che entra in sala e non si aspetta di trovarla lì, la console di GipoLow che, con la sua musica elettronica suonata dal vivo in prima linea, diventa attore attivo della storia.

L’allestimento scenico è completato dalle luci di Gloria Mancuso, una garanzia nel tradurre il testo in luci, e dai costumi di Aurora Barruzza, rappresentativi delle dinamiche esterne e interne raccontate.
Ma se da un lato Claudia Rota convince come regista, presentando un progetto ben ideato che funziona e conquista, non lo fa purtroppo come interprete: controllata e limitata nelle manifestazioni, sembra avere paura di tirare fuori quella rabbia e quel dolore che sono invece i veri protagonisti della storia, insieme alla perdita di equilibrio. Al contrario, Alessandro Catalucci non ha paura di osare e sceglie una rappresentazione forse un po’ troppo stereotipata del vicino di casa omosessuale.
Con Più forte di me Claudia Rota fa però un lavoro che va molto oltre le singole interpretazioni, ponendo l’attenzione su temi di cui ancora si fa fatica a parlare e che non sempre vengono trattati adeguatamente: sensibile e profonda, il suo adattamento e la sua regia rendono giustizia a quanti, di fronte allo sgretolarsi della propria quotidianità, sono caduti in un baratro da cui hanno poi trovato la forza e il coraggio di uscire. E di questo le si deve riconoscere merito.
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