“Gli innamorati”, innovazione tentata e mancata per un classico della drammaturgia

Al Teatro Quirino l’adattamento di Roberto Valerio prova ad attualizzare Carlo Goldoni ma resta schiacciato dal peso del testo originale

di Maria Laura Pala

Se anche la celebre commedia goldoniana intitolata Gli innamorati è, come tutte le opere del famoso drammaturgo veneziano, senza tempo, così vicina al vivere quotidiano di oggi da sembrare uscita da una penna contemporanea, non si può dire altrettanto dell’adattamento e messa in scena firmati Roberto Valerio: lo spettacolo, arrivato sul palco del Teatro Quirino di Roma dopo aver debuttato lo scorso settembre a Verona e una lunga tournée in programma fino ad aprile, affidatosi forse troppo alla celebrità e forza del testo originale, si è amaramente rivelato, nel complesso, il fallimentare tentativo di una volontà di innovazione non capace di sostenere il peso che il titolo da secoli si porta appresso.

Una fama dovuta non tanto alla storia in sé – Carlo Goldoni racconta l’amore turbolento tra due giovani, Eugenia e Fulgenzio, che, inseriti in un ambiente familiare caotico e variopinto, si incontrano e si scontrano in un continuo tira e molla secondo la più consolidata consuetudine delle storie d’amore da palcoscenico e non – quanto alla sorprendente capacità del drammaturgo di delineare situazioni e personaggi sempre attuali e reali anche a distanza di secoli.

Una contemporaneità del testo però non sufficiente a compensare le carenze della macchina scenica, danneggiata sia da un disegno luci (Michele Lavanga) sbilanciato e poco benevolo verso gli attori sul palco che da una gestione dello spazio non pensata per rendere lo spettacolo fruibile a tutti gli spettatori. La scelta registica di ambientare la storia in un tempo più vicino a noi, con abiti e scene (Guido Fiorato) distanti dall’immaginario goldoniano, sebbene buona in potenza, non convince fino in fondo nella resa, lasciando la percezione di un disordine non totalmente controllato.

Gli attori sembrano perdersi nell’abbondante spazio a disposizione sul palco del Teatro Quirino, dando l’immagine di uno spettacolo da Bagaglino più che da classico della drammaturgia: Claudio Casadio – nei panni di Fabrizio, lo stravagante zio che sperpera le sue ricchezze per acquistare opere d’arte – è motore trainante di tutta la squadra, sia per ruolo che per capacità; Valentina Carli e Leone Tarchiani – gli innamorati – sono il vero soffio di modernità nonostante il linguaggio mantenuto volutamente d’altri tempi; Maria Lauria e Damiano Spitaleri – Lisetta e Tognino, servitori di Fabrizio e Fulgenzio – sebbene non in ruoli principali, regalano due interpretazioni che restano e colpiscono, come nel caso dell’abbondante scorpacciata di spaghetti fatta dal giovane aiutante (esilarante e disturbante al tempo stesso); meno convincenti le interpretazioni di Loredana Giordano (Flamminia), Alberto Gandolfo (Ridolfo, amico di Fulgenzio) e Lorenzo Carpinelli (Roberto, conte d’Otricoli), forse non valorizzati dalla macchina drammaturgica.

Nell’adattamento de Gli innamorati portato in scena da Roberto Valerio non è solo l’amore a essere protagonista: anche l’arte, presentata in una declinazione provocatoria, diviene presenza fissa dei novanta minuti di spettacolo, quasi a incentrare la pièce non sulla relazione combattuta tra Eugenia e Fulgenzio ma intorno alla figura dello zio Fabrizio. Un enorme gallo rosa, uno struzzo viola e un sarcofago a forma di Cleopatra predominano sugli stessi attori, divenendo la vera nota inattesa e rivoluzionaria di un allestimento che voleva rompere la tradizione senza però avere il coraggio di farlo fino in fondo.

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