“Dorian Gray”, un classico tradito

Al Teatro Nuovo Garbatella la rilettura del capolavoro di Oscar Wilde firmata Luca Guerini non regge: confusa, lenta e priva di visione scenica efficace

di Maria Laura Pala

Lascia perplessi e dubbiosi il Dorian Gray presentato al Teatro Nuovo Garbatella di Roma da Luca Guerini in occasione della minirassegna DESIDERIOKDIVORA. Primo dei due spettacoli dedicati al tema della conflittualità interiore – Fedra il secondo – il capolavoro di Oscar Wilde è stato rivisitato dall’occhio del regista che ne ha dato la sua personale lettura drammaturgica.

Sebbene il pubblico presente in sala sembri aver apprezzato quanto proposto, la messa in scena non ha probabilmente tenuto conto di un aspetto importante: scegliere di adattare e portare sul palco uno dei classici più amati della letteratura mondiale può spesso rivelarsi un’arma a doppio taglio, sia per la notorietà dell’opera – che pretende o una innovazione importante o una fedeltà assoluta – sia per l’alta aspettativa emozionale che il testo stesso si porta dietro.

L’intenzione di Luca Guerini è buona in potenza ma non riesce purtroppo a trovare concreta realizzazione nella rappresentazione: al di là della scelta di ambientare la storia in un’epoca diversa da quella originale – tendenza sempre più diffusa in teatro, soprattutto con i classici – se non fossero stati anticipati a voce, gli anni Trenta scelti sarebbero stati difficilmente individuabili nei costumi e nella scenografia, essenziale e scarna come il cavalletto puramente simbolico.

La rottura della quarta parete, con gli attori che abbandonano il palcoscenico e invadono più volte la platea – anche qui niente di nuovo – crea più disordine e confusione che reale unione di dimensioni diverse, con una resa drammaturgica più vicina a un teatro amatoriale che a quello professionale, forse anche a causa del poco spazio a disposizione.

Lo spettacolo procede lento, privo di quello sturm und drang che tutti si aspettano – doverosamente – da qualunque messa in scena e adattamento de Il ritratto di Dorian Gray, capolavoro senza tempo e sempre attuale. Neppure il nudo del protagonista, riproposto in più tempi – mentre forse l’unico giustificato sarebbe stato quello finale – riesce a dare quell’effervescenza in più che manca invece totalmente, sia nelle scelte registiche che nelle interpretazioni. Luca Fioretti (Dorian), Simone De Rose (Basil), Simone Tisi (Lord Henry) e Marta Longo (Sybill) non convincono, ingranaggi di una macchina scenica che fa fatica a funzionare e non arriva dove vorrebbe, nonostante la volontà.

Il richiamo a Jack Vettriano e ai suoi uomini che danzano sotto gli ombrelli – non sarebbe Londra, del resto, senza la pioggia – è meritevole di attenzione, soprattutto per l’uso che il regista ne fa a un certo punto della messa in scena, ma non sufficiente a migliorare le sorti dello spettacolo, sacrificato anche da un disegno luci inadeguato.

Il Dorian Gray di Luca Guerini, così come proposto al Teatro Nuovo Garbatella, non può essere promosso, se non come esempio di errori che non dovrebbero essere commessi: la scelta del titolo giusto riempirà sì con molta probabilità la sala ma rischierà anche di dover rispondere a una così alta aspettativa da non essere in grado di soddisfarla con gli strumenti a disposizione.  

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