Dal testo di Albert Camus, la regia di Gennaro Duccilli porta al Teatro Ghione, dal 23 al 25 aprile, un viaggio visionario tra dolore, follia e ossessione del senso
Rilettura contemporanea per il Caligola di Albert Camus: Gennaro Duccilli porta sul palco del Teatro Ghione di Roma, dal 23 al 25 aprile 2026, un allestimento dall’impianto visivo e drammaturgico rivisitato.
Al centro di tutto l’imperatore romano, una figura che continua a generare letture divergenti: non il semplice tiranno consegnato alla storia, ma un personaggio stratificato, costruito da Camus come un punto di frizione tra razionalità e follia, tra dolore personale e tensione verso l’assoluto. L’adattamento, sottotitolato Damnatio Visionis, evita la ricostruzione biografica lineare per lavorare su un piano più concettuale: il potere come spazio di deriva, la perdita come detonatore, la conoscenza come atto estremo.
Il dispositivo scenico si attiva fin dall’apertura, ambientata sulle rive del lago di Nemi, in un contesto sospeso che richiama una dimensione rituale. Da qui prende forma un percorso visivo e simbolico in cui memoria, mito e immagine si sovrappongono. La regia costruisce un impianto visionario che punta a rendere Caligola non tanto un personaggio quanto una presenza, un archetipo che continua a interrogare il presente.

In scena, un cast ampio e articolato che vede lo stesso Duccilli con Paolo Ricchi, Eleonora Mancini, Giordano Luci, Maurizio Castè, Natale Russo, Maria Angelica Duccilli, Fabrizio Rinaldi, Raffaello Micheli, Isabella De Cesaris, Ilenia Pierluigi, Arianna Fetahagic, Nour Ayari e Priscilla Menin.
Le scene sono di Sergio Gotti, le luci di Antonio Accardo e i costumi di Martine Aloise; il sound design è firmato Giulio Duccilli.
Elemento distintivo dell’allestimento è l’integrazione dei dipinti dell’artista Gianfranco Neri, curati da Luca Aldo Rondoni, che diventano parte attiva della narrazione scenica, contribuendo a costruire un linguaggio visivo coerente con l’impianto registico.
L’operazione si muove su un posizionamento chiaro: non intrattenimento storico, ma teatro di ricerca che utilizza un classico per parlare al presente.
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