Non storia ma visione per il “Caligola” di Gennaro Duccilli

Tra teatro e video, la celebre opera di Albert Camus diviene allucinazione onirica e ricerca introspettiva

di Maria Laura Pala

Un’operazione teatrale titanica e coraggiosa quella condotta da Gennaro Duccilli in Caligola – Damnatio Visionis, andato in scena al Teatro Ghione di Roma dal 23 al 25 aprile: il regista, indossati i panni del protagonista della celebre opera di Albert Camus, abbandona l’intento narrativo e si trasforma in strumento per indagare l’assoluto, il limite umano, il rapporto tra potere e conoscenza. Lo spettacolo non è né semplice adattamento né fedele narrazione, ma reinterpretazione concettuale dell’idea stessa di visione.

Dopo la morte di Drusilla, sorella e amante, l’imperatore Caligola prende atto di una verità che diventa per lui ossessione: la vita è priva di senso e gli uomini muoiono senza motivo. Camus fa partire da qui una deriva lucida e spietata in cui l’uomo decide di usare il potere assoluto per spingere la verità appena acquisita fino alle estreme conseguenze.

L’allestimento di Gennaro Duccilli, che ha visto sul palco la compagnia Teatro della Luce e dell’Ombra, non vuole raccontare la storia dell’imperatore romano, ma utilizzarla come indagine del rapporto tra potere e distorsione della realtà in seguito al desiderio di superamento dei limiti. L’intero lavoro si sviluppa intorno a un impianto simbolico stratificato in cui la narrazione cede progressivamente il passo a un sistema di segni, visioni e dispositivi rituali.

Lo sviluppo di un linguaggio soprattutto visivo piuttosto che narrativo si presenta, fin dall’inizio, come parte di una scelta progettuale consapevole: il fondale, occupato dal grande ledwall su cui scorrono immagini fisse e in movimento a cura di Antonio Maria Duccilli, trasforma la realtà scenica in spazio interiore continuamente filtrato da immagini e sovrapposizioni. I video, a cui vengono aggiunti i dipinti di Gianfranco Neri, vengono utilizzati non come sfondo realistico ma come proiezione mentale di una follia che da caotica diviene sistemica. Il Caligola di Gennaro Duccilli porta la logica fino alle estreme conseguenze, rendendo il vero problema non il perdere il controllo ma l’applicarlo troppo.

Con un cast ampio e articolato, oggi rarità nel panorama teatrale italiano, il regista regala al pubblico uno spettacolo colossale, più vicino a un’esperienza cinematografica che teatrale: sul palco, insieme a Gennaro Duccilli nei panni del protagonista, Eleonora Mancini (Cesonia), Paolo Ricchi (Cherea), Maria Angelica Duccilli (Drusilla), Fabrizio Rinaldi (Elicone), Raffaello Micheli (Scipione), Maurizio Castè (Ottavio), Giordano Luci (Lepido), Natale Russo (Mereia) e Priscilla Menin (nel ruolo della guardia); nei panni delle ancelle Bella De Cesaris, Ilenia Pierluigi, Arianna Fetahagic e Nour Ayari. Un lavoro orchestrale vibrante e potente che raggiunge il massimo dell’espressività nella viscerale interpretazione di Gennaro Ducilli, protagonista indiscusso non solo per il ruolo interpretato.

Il disegno scenografico di Sergio Gotti è essenziale e incentrato sulla sovrapposizione di livelli percettivi differenti, amplificati dal costante intreccio tra video e azioni dal vivo: non sono necessari ambienti realistici per collocare i protagonisti in una dimensione ben definita a metà tra il mito e la storia. Cubi modulari, un grande specchio, un cavallo a dondolo e una lettiga sono gli unici elementi tridimensionali, dal forte valore simbolico, presenti sul palco: lo specchio rimanda alla frattura identitaria e alla moltiplicazione del sé, mentre il cavallo a dondolo su cui sale Caligola dopo aver dichiarato di non riuscire a consolarsi per la morte di Drusilla introduce la dimensione regressiva in cui il lutto ha catapultato il protagonista. Nel Caligola di Duccilli, il lutto non è evento psicologico ma origine della deformazione del reale: il potere non è gestione ma reazione assoluta alla perdita che non viene elaborata; il corpo, manipolabile, è espressione di un potere che non accetta la separazione ma tenta di riscriverla.

L’intero spettacolo si sviluppa intorno a un impianto visivo caratterizzato da elementi fortemente simbolici, come le figure vestite di nero che, esternalizzazioni dell’inconscio, delle pulsioni e dei residui psichici che prendono forma scenica, diventano personificazione dei demoni interiori di Caligola. Con la doppia maschera indossata davanti e dietro, suggeriscono la natura ambivalente del potere, simultaneamente proiettato avanti e indietro, senza sintesi. La scelta di integrare teatro e video non è accessoria ma strutturale, indispensabile per dissolvere i confini tra realtà, memoria e rappresentazione. Un lavoro chirurgico reso ancora più decisivo dal disegno luci di Antonio Accardo e Giulio Duccilli, a cui si devono anche le musiche.

La scelta di dipingere di bianco il volto di Caligola non è un richiamo pop al Jocker schizofrenico che tutti conoscono ma espressione del venir meno della consistenza storica e conseguente trasformazione in maschera instabile, perturbante e vicina a un’idea di follia non caotica ma strutturata. Decisiva la scelta dei costumi di Martina Aloise che, partendo dal richiamo a un’iconografia egiziana, esalta il ruolo del potere, forse vero protagonista dell’intera opera insieme alla follia.

Unica perplessità non neutralizzabile completamente è la scelta di affidare il ruolo di Caligola, personaggio storicamente ventottenne, a un attore con oltre il doppio della sua età, sebbene l’obiettivo resti spostare l’attenzione dall’identità biografica all’archetipo.

Caligola – Damnatio Visionis è uno spettacolo ad alta densità concettuale, costruito per trasformare il palcoscenico in spazio di sperimentazione sul reale. Complesso e notevole, nonostante la coerenza interna del linguaggio e la radicalità dell’impianto, l’allestimento proposto da Gennaro Duccilli potrebbe non essere immediatamente fruibile da un pubblico generalizzato.

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