Con il suo adattamento, Vincenzo Zingaro attualizza il conflitto senza tempo tra sincerità e ipocrisia sociale, regalando una lettura onirica, raffinata e metateatrale
di Maria Laura Pala
È l’inconfondibile firma di Vincenzo Zingaro a chiudere la stagione 2025 – 2026 del Teatro Arcobaleno di Roma: autore e regista dell’adattamento de Il misantropo di Molière – in scena fino a domenica 17 maggio – il padrone di casa del Centro Stabile del Classico non tradisce lo spirito visionario che lo contraddistingue e porta sul palco di via Francesco Redi la propria personale e innovativa lettura di uno dei più significativi capolavori drammaturgici di tutti i tempi.

Il protagonista Alceste – interpretato dallo stesso Zingaro – è un uomo incapace di tollerare e replicare le ipocrisie della società aristocratica in cui vive: sempre pronto a sostenere apertamente l’importanza della sincerità e della coerenza, non scende mai a compromessi, anche a costo di pagarne le conseguenze. Unica sua debolezza è però Selimene, la giovane esuberante e mondana che, nonostante incarni il mondo tanto condannato, non può fare a meno di amare. Tra satire, intrighi e contraddizioni, ne Il misantropo Molière racconta il conflitto tra sincerità assoluta e necessità di vivere in società, contrapponendo l’utopistica visione del protagonista alla realtà superficiale e corrotta dei rapporti interpersonali. Quella del drammaturgo francese è un’opera che smaschera l’ipocrisia delle relazioni umane e che, attraverso i personaggi che si alternano sul palco, mette in risalto una crisi della società ancora oggi amaramente attuale.
Vincenzo Zingaro scende però ancora più nel profondo delle ambiguità dell’essere umano e colloca la vicenda in una dimensione onirica in cui solo apparentemente il protagonista, diviso tra il desiderio di esserci e il bisogno di allontanarsi, sembra realizzare sul finale il proprio sogno: non è un caso che l’autore scelga di sostituire il doppio titolo, già presente nell’originale, con Il sogno di Alceste, chiaro riferimento alla scelta narrativa posta in essere. Con un impianto drammaturgico raffinato e ricercato, reso ancora più ambizioso dall’inserimento di elementi di metateatro – più volte, nel testo, si fa riferimento allo stesso Moliére – il regista sorprende il pubblico con una lettura registica innovativa e rivoluzionaria che raggiunge il suo climax poco prima della chiusura del sipario.

Le scenografie, puntuali e misurate nei pochi arredi in stile Luigi XVI posizionati sul palco, sono sempre di Zingaro che, grazie anche alla ricercatezza dei costumi di Emiliana Di Rubbo, immerge lo spettatore in un’ambientazione ben definita. Il disegno luci di Giovanna Venzi, calibrato e fortemente espressivo, scandisce e amplifica i passaggi della messa in scena, resa ancora più potente dalle musiche sempre epiche di Giovanni Zappalorto.
Tra le interpretazioni, tutte eccellenti – avrebbe probabilmente da ridire Alceste, per il quale essere tutti bravi significa non esserlo – spicca per carisma e intensità quella sublime di Annalena Lombardi, una magnificamente frivola e sensuale Selimene. Con lei, sul palco, Giovanni Ribò (Filinte), Piero Sarpa (Oronte), Laura De Angelis (Arsinoè), Fabrizio Passerini (Caste), Rocco Militano (Clitandro), Sina Sebastiani (Eliante), Paolo Oppedisano (Basco) e, ovviamente, Vincenzo Zingaro. L’attore e regista torna sul palco come interprete dopo l’Adelchi dello scorso anno con un ruolo che racchiude in sé pluralità di registri e varietà di sfaccettature: brillante e drammatico al tempo stesso, il direttore artistico del Teatro Arcobaleno si carica di un testimone pesante e regala una interpretazione sentita e profonda portando alta la bandiera dell’onestà intellettuale e umana.
Quasi due ore piene di spettacolo che, nonostante la lunghezza a cui il teatro contemporaneo ci sta disabituando, scorrono senza appesantire e senza soprattutto perdere l’attenzione da parte del pubblico: Il misantropo ovvero Il sogno di Alceste è una eccellente testimonianza di talento e tecnica di cui la Compagnia Castalia – sua la produzione dello spettacolo – è ormai una garanzia.
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