La commedia scritta da Valeria Cavalli e diretta da Alberto Oliva porta in scena un ritratto familiare autentico, ironico e profondamente umano tra conflitti, aspettative e bisogno di libertà. Al Teatro De’ Servi fino a domenica 31 maggio
di Giulia De Sclavis
È il dettagliato quadro di una famiglia come tante quello che si svela tra le pieghe del sipario del Teatro De’ Servi di Roma con Una famiglia quasi perfetta, in programma fino a domenica 31 maggio.
Lo spettacolo, scritto da Valeria Cavalli e diretto da Alberto Oliva, è una commedia dalle radici umanistiche valorizzata dall’interpretazione genuina di Monica Faggiani, Arturo di Tullio e della giovane Flavia Marchionni.

Un certosino lavoro di luci scandisce e accompagna il tempo e lo spazio teatrale per l’intera durata dello spettacolo, rendendo ancor più immersiva l’esperienza, già di per sé estremamente avvolgente nella comunicazione diretta con lo spettatore. La scenografia, accogliente e familiare, con ogni dettaglio al posto giusto, proietta il pubblico direttamente sul divano di casa, comodo e rassicurante, costruendo un ambiente in cui la platea rilassata e presa dallo spettacolo ride senza freni e apprezza a pieno ogni battuta, ogni silenzio scenico e ogni colpo di scena.
L’anno sabbatico di Elisa – quindici mesi per amor di precisione – è volto finalmente al termine e i genitori Carlo e Laura attendono il suo ritorno, amata e unica figlia: il papà è un chirurgo di affermata fama, caustico e ironico tra una telefonata di lavoro e l’altra; la mamma, custode della casa e delle innumerevoli piante che la abitano, è in fibrillazione e impaziente di ascoltare le mirabolanti avventure della figlia di ritorno dal giro intorno al mondo. L’atmosfera è carica di aspettativa e di curiosità, ma piano piano, già da principio, serpeggiano scontentezza, amarezza, incomprensione: la vita familiare, nell’ultimo periodo, è stata messa a dura prova.

In occasione della prima cena in famiglia dopo così tanto tempo qualcosa sembra turbare la tranquillità dei partecipanti, i quali affrontano ognuno a modo proprio il disagio che aleggia sulla tavola imbandita, aprendo uno spaccato estremamente realistico di attimi di vita familiare che tutti viviamo: inevitabile il contrasto tra il bisogno di autoaffermazione di un figlio, destinato inevitabilmente a sentirsi troppo stretto dentro le mura della casa in cui è cresciuto – e che giorno dopo giorno sembrano stringersi sempre di più, inesorabilmente – e le aspettative dei genitori riguardo a come vorrebbero che i propri figli vivessero la vita, in un continuo dibattito tra il bisogno di stabilità e concretezza per il futuro che si scontra contro l’inguaribile istinto umano di vivere la vita all’insegna della conoscenza, della libertà e della leggerezza.
Tra colpi di scena, segreti e conflitti Faggiani, di Tullio e Marchionni accompagnano splendidamente lo spettatore verso la fine, rassicurando la platea sul lento, incorruttibile e imprevedibile fluire della vita: questa procede inarrestabile nel suo continuo incespicare, cadere e rialzarsi, accomunandoci tutti senza distinzioni e facendoci sentire così meno soli.
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