L’ecologia delle emozioni nel nuovo dramma distopico di Jacqueline Zünd

Don’t let the sun (2025) è un delicato racconto sulla fragilità delle relazioni umane. Con Levan Gelbakhiani, vincitore del Pardo per la miglior interpretazione al 78° Locarno Film Festival

di Camilla Pizzimenti

Solitamente associata alla speranza e alla rinascita, nel nuovo film di Jacqueline Zünd l’alba assume i contorni di un oscuro presagio: Don’t Let the Sun – opera prima della regista e sceneggiatrice svizzera, prodotto da Lomotion e Casa delle Visioni, con la distribuzione italiana curata da Trent Film – immagina un futuro alternativo in cui l’innalzamento estremo delle temperature causato dal riscaldamento globale ha reso l’aria irrespirabile durante il giorno, impedendo qualsiasi attività alla luce del sole.

L’umanità è costretta a un radicale capovolgimento delle proprie abitudini: si lavora, si studia e ci si incontra soltanto di notte, sotto la luce artificiale dei neon. Più che sugli effetti spettacolari della catastrofe ambientale però – nessuna pioggia incandescente o invasione di zombie – la Zünd concentra il proprio sguardo sulle conseguenze emotive e relazionali di questo nuovo mondo: la regista dà forma a una vera e propria ecologia delle emozioni, in cui il surriscaldamento del pianeta è accompagnato da un progressivo raffreddamento dei legami umani.

            Partendo da questo paradosso narrativo, Don’t Let the Sun introduce anche una seconda tematica ispirata a un fenomeno già osservato dalla regista in Giappone durante le riprese di Almost There (2016), ovvero quella degli “affetti a pagamento”: attraverso agenzie specializzate è infatti possibile ingaggiare persone che assumono, su richiesta, ruoli familiari o relazionali (un padre, un fratello o un partner), colmando in tal modo temporaneamente le mancanze della vita quotidiana. È in questo circuito che lavora Jonah, 28 anni – interpretato abilmente da Levan Gelbakhiani –il quale preferisce condurre un’esistenza basata sull’interpretazioni di ruoli piuttosto che vivere una vita tutta sua. L’equilibrio di questo sistema si incrina però quando gli viene affidato un nuovo incarico: interpretare il padre di Nika – Maria Pia Pepe, alla sua prima apparizione cinematografica – una bambina di nove anni chiusa e diffidente, segnata da una malinconia che resiste a qualsiasi forma di simulazione. Nel rapporto tra Jonah e la bambina, la precisione della messinscena comincia progressivamente a cedere e quello che avrebbe dovuto restare un legame contrattuale inizia a sfuggire alla sua funzione originaria. Un ruolo che è valso a Levan Gelbakhiani il Pardo per la miglior interpretazione al 78° Locarno Film Festival, dove il film è stato presentato nella sezione Cineasti del Presente.

            La Zünd si dimostra capacissima a rappresentare uno scenario alienante, costruendo una regia volutamente lenta e priva di veri picchi emotivi. Le scene si sviluppano in lunghi piani che alternano sfondi paesaggistici e urbani a interazioni ridotte all’essenziale e accompagnate da pochissimi dialoghi. Se di norma la recitazione viene apprezzata per la capacità di esprimere emozioni, qui si distingue invece per una sottrazione radicale che porta i personaggi a mantenere un controllo emotivo costante, fino a una quasi totale assenza di espressività per gran parte del film. La luce gioca un ruolo decisivo nella costruzione del mondo visivo, segnato da un forte contrasto tra le tonalità fredde e artificiali dei neon e la luce esterna, rarefatta e quasi irreale. Questo uso della luminosità contribuisce a definire un’atmosfera sospesa e a rafforzare la percezione di distanza che attraversa il film. L’impostazione della macchina da presa rafforza ulteriormente questa distanza: le inquadrature sono spesso statiche, con i personaggi collocati al centro del quadro e ripresi prevalentemente a mezzo busto, in una composizione rigorosa che accentua una sensazione di osservazione silenziosa. Questa camera misurata, che riflette lo sguardo documentaristico della Zünd, restituisce un approccio intimo e controllato, conferendo allo spettatore una posizione di distanza e impotenza.

Nel suo insieme, Don’t Let the Sun costruisce un universo coerente e rigoroso, in cui la sottrazione, sia narrativa che recitativa e visiva, diventa il principale strumento espressivo del film. La messa in scena, controllata e rarefatta, sostiene efficacemente l’idea di un mondo in cui la distanza tra le persone è diventata condizione strutturale. È un film che rifiuta qualsiasi forma di coinvolgimento diretto, lasciando lo spettatore solo con le proprie emozioni.

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