Lo spettacolo di Massimo Odierna costruisce un universo provocatorio e ricco di spunti ma la continua ricerca dello shock ne indebolisce l’efficacia narrativa
di Giulia De Sclavis
Dedicato a tutti quelli fuori dagli schemi, esuberanti quasi eccessivi, provocatori oltre i limiti: La figlia di Kyoto Zhang, commedia dai toni scuri e torbidi scritta e diretta da Massimo Odierna, è stato ospite dal 5 al 7 giugno di Recherche – movimento indipendente impegnato nell’esaltazione dell’arte in tutte le sue forme – a Roma, in Viale dell’Acquedotto Alessandrino 42.
Lo spazio dinamico in cui ha avuto luogo la rappresentazione è totalmente in sintonia con l’essenza che l’ha caratterizzata: uno spazio ridotto, spoglio e rettangolare al centro della platea – poche file di sedie e cuscini intorno a una forma geometrica – accoglie lo spettatore catapultandolo direttamente sul “palco”, il quale si fonde ripetutamente con la realtà, soprattutto grazie alla capacità degli attori di riempire e abbondare tutto l’ambiente a disposizione.
Lo spazio scenico ha però una difficoltà intrinseca che non viene risolta in maniera dinamica: ogni attore occupa spesso la stessa posizione, rendendo impossibile guardarlo frontalmente per molto tempo (a seconda della seduta scelta dallo spettatore, ovviamente).
Le musiche marginali, praticamente inesistenti, non hanno respiro in questo spettacolo tutto dialogico.
La modestia del numero di spettatori rende invece l’esperienza intima e accogliente.
Gli interpreti – Irene Ciani, Enoch Marrella, Francesco Petruzzelli, Maria Giulia Scarcella, Giovanni Serratore e Sofia Taglioni – hanno affrontato con destrezza la sfida di poliedricità che ha caratterizzato ogni cambio di costume, portando personaggi sempre nuovi, con abiti caratterizzati da una forte carica rappresentativa e intuitiva che ha reso più scorrevole lo svolgimento dell’intricata trama.
Purtroppo, però, i toni volutamente ed estremamente volgari, insieme alle immagini particolarmente perverse, esasperano esageratamente il tutto, che risulta forzato, incastrato e démodé più che calzante e rappresentativo di un genere particolare come questo della black comedy.
Thomas, inguaribile donnaiolo bukowskiano, vive una vita all’insegna del sesso e dell’alcol, alienato dall’amore e dalle relazioni di qualsiasi tipo. La sua vita cambia quando incontra, dopo tanti anni, un conoscente di vecchia data – Libero – che gli chiede aiuto per ritrovare una giovane e bellissima ragazzina di sedici anni di nome Noa – la dolce Noa – della quale si è innamorato. Questa però è figlia del temibile capo delle guardie del palazzo reale, il temutissimo e celeberrimo Kyoto Zhang. Dopo un primo tentativo di allontanamento, Thomas accetta di aiutare Libero e poter così sfruttare l’occasione per ricongiungersi alla sua ex fidanzata Amelie, di cui è ancora pazzamente innamorato. Amelie è infatti un’attivista della pace, dell’amore e delle buone azioni, attratta da questa ricerca all’insegna dell’amore. Tra un padre pederasta e narcisista perso nell’autocelebrazione di mille avventure in mille epoche diverse, una madre devota e piena di rimpianti e una zia-maga cinica e insofferente, i tre protagonisti principali impiegano anni a cercare la dolce Noa, tra avvistamenti e buchi nell’acqua, mentre numerose figure femminili incontrano Thomas, scandendo il tempo scenico tra un atto e un altro e portando una tavolozza di incontri relazionali varia e complessa.
Molte le premesse e le basi per uno spettacolo di livello, che vengono però disattese nel complesso generale della rappresentazione, paradossalmente impoverita da questa sovrabbondanza di lussuria, volgarità e unpolitically correct, comunque almeno in apparenza apprezzata da una piccola porzione di pubblico.
Chiara l’intenzione di analizzare e rappresentare il caleidoscopio delle relazioni umane con una lettura realistica, dai contorni cinici, ma proiettati verso l’impegno, la speranza di connessioni e di amore.
Un riconoscimento speciale alle attrici femminili della compagnia, in particolare a Irene Ciani che, nei panni sia della zia-maga che della madre devota, attesta una indiscutibile professionalità.
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