La Passione del Limite

L’ Antigone di Sofocle, confessione dall’abisso, o del delirio di chi pretende di misurare l’eterno con la legge degli uomini

PS POV Scriptum – rubrica a cura di Biagio Pezzimenti


Vi sono libri che si leggono, e poi vi sono libri che si attraversano come una notte di gelo, nell’inverno dell’anima, quando il vento, un vento maligno e ostinato, sembra conoscere il nostro nome, il nome di ciascuno di noi, fin nel più profondo della nostra miseria. L’Antigone di Sofocle appartiene a questa seconda specie: non è una storia, non è un racconto, è un processo atroce, un’istruttoria intenta contro l’uomo stesso. E, cosa ancor più insopportabile, ci chiama a testimoniare, ci trascina sul banco degli imputati, costringendoci a guardare, senza poter distogliere lo sguardo, il riflesso deforme delle nostre stesse tenebre.
L’errore più volgare, quello da cui dovremmo guardarci come dalla peste, è credere che in questo dramma si consumi un duello tra il Bene e il Male. Dio mio, quanto siamo superficiali! La tragedia, quella vera, quella che ci lacera le viscere, nasce quando due “beni” incompatibili, due verità assolute, si scontrano fino a sbranarsi, fino a distruggersi reciprocamente. Antigone difende il sacro, il vincolo invisibile del sangue, ciò che ci lega al mistero della terra e dei morti; Creonte difende la Polis, l’ordine, quel baluardo necessario senza il quale la vita umana cadrebbe in un’orgia di caos nichilista. Ebbene, in questo risiede il paradosso più terribile: il dolore più lancinante non nasce dalla malvagità, ma dalla tragica, implacabile rigidità con cui ciascuno di noi si aggrappa a ciò che crede, con orgoglio satanico, essere la Verità. È qui che l’uomo si perde; è qui che l’idea, separata dalla pietà, diventa un’arma di distruzione di massa contro il nostro stesso prossimo.

Antigone non è una virtuosa da salotto. Ella è una “invasata” della coscienza, una creatura che ha oltrepassato il limite del sopportabile. Non sceglie la sua causa per un calcolo razionale – la ragione, in questi casi, è solo un’altra forma di cecità, una fredda impalcatura che nasconde l’abisso – ma perché la causa ha scelto lei, si è fatta carne nelle sue membra, le brucia nelle vene. Per lei, la vita, ridotta alla sola esistenza biologica, al pane e alla sicurezza, non ha valore se scissa dall’anima; rinunciare alla propria fedeltà interiore significherebbe morire vivendo, una decomposizione del cuore che è peggiore di qualsiasi tortura. Ed è per questo che affronta il sepolcro con una serenità che è, in fondo, la rivolta suprema: ha compreso che vi è una perdita ancor più atroce della morte, ed è la perdita di sé stessi, il tradimento verso quell’io profondo che solo Dio e la morte possono giudicare.


Creonte, d’altro canto, non è il manichino del tiranno che la nostra modernità, così pronta a giudicare, vorrebbe dipingere. È un uomo torturato dalla paura del vuoto, un uomo che ha visto la propria città sgretolarsi nel sangue fratricida e ha trasformato l’Ordine in un idolo, un idolo che pretende sacrifici umani per placare la sua sete di stabilità. Il suo peccato è la hybris, quella superbia che offusca la ragione; è l’illusione diabolica che la legge scritta possa bastare, che possa sostituire la voce sommessa, tremante, della coscienza. Creonte non ascolta: non ascolta il figlio, non ascolta il veggente, non ascolta nemmeno quel fremito d’inquietudine che pure gli turba il petto nelle ore notturne. Il potere, sa, ha il potere diabolico di farti credere che il silenzio degli altri, quel silenzio di timore e reverenza, sia il consenso della verità. Quando finalmente capisce, quando la luce lo acceca nella sua disperazione, quando si accorge che il trono è un altare di morti, il tempo è già diventato cenere.
In questo gioco di giganti, Ismene appare come il volto dolente dell’umanità comune, della fragilità che ci appartiene. La sua paura non è vile, è la consapevolezza, nuda e tremante, di quanto sia effimero l’uomo e di quanto sia pericoloso sfidare la tempesta. E il Coro? Il Coro siamo noi, la nostra coscienza collettiva, quella massa che osserva, che dubita, che giudica e, puntualmente, comprende troppo tardi.
Noi siamo quelli che riconoscono la giustizia soltanto quando il prezzo del suo martirio è già stato pagato, quando ormai il sangue ha macchiato la terra e la nostra casa è in rovina. Siamo spettatori che piangono sulla vittima quando ormai è troppo tardi per salvarla.
La morte, in questo dramma, non è che il sipario: il vero centro è come l’uomo sostenga lo sguardo della propria fine, come accetti di stare in piedi di fronte all’Eterno. L’Antigone non ci offre risposte – il mondo non ne ha bisogno, ne è già fin troppo pieno – ci precipita nelle domande, ci schiaccia sotto il peso dell’interrogativo. La lezione, se di lezione si può parlare, è brutale: nessuna società è giusta se dimentica che il diritto senza pietà, senza quella misericordia che è l’unica luce nell’abisso, diventa oppressione; e, al contempo, nessuna coscienza è salva se dimentica l’umiltà, se si trasforma in fanatismo che vuole bruciare il mondo pur di non cedere di un millimetro. La virtù, quando si cristallizza nel dogma, diventa essa stessa una forma di morte.

L’Antigone non è un reperto greco; è lì, vibrante e spaventosa, ogni volta che un uomo deve decidere se obbedire alla legge fredda o all’urlo della propria anima. La sapienza, forse, non sta nel vincere questa guerra, ma nel custodire, finché ci è dato, quel dialogo lacerante, mai concluso, tra queste forze che ci dilaniano. È un dialogo senza fine, un travaglio del pensiero e dello spirito, ed è proprio in questo “non finire mai“, in questo tormento costante, che risiede la nostra unica, terribile dignità.


Dinnanzi a questo abisso, caro lettore, le chiedo: non sente anche lei che, nel febbrile tentativo di costruire un mondo di ordine e sicurezza, abbiamo finito per smarrire quella pietà per i morti – ovvero per il nostro passato, per la nostra memoria, per ciò che ci rende umani nella nostra miseria – che sola potrebbe salvarci dalla nostra stessa hybris? O siamo destinati a precipitare, convinti di avere ragione, fino all’ultimo respiro?

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Autore

  • “Ci sono più tesori in un libro che in tutti i covi dei pirati dell’Isola del Tesoro" diceva Walt Disney.
    Appassionato di letteratura, storia e filosofia, cerco da sempre tra le pagine gli strumenti per decifrare la complessità del mondo. Mi occupo di editoria e produzioni audiovisive, ambiti in cui ho imparato a trasformare le idee in storie concrete. Qui condivido questo viaggio, unendo lo sguardo critico al piacere quotidiano della scoperta.