L’abisso nel cuore dell’uomo: il labirinto morale di Edmond Dantès

Tra la giustizia degli uomini e il silenzio di Dio: un’indagine sulla ferita che non vuole rimarginarsi nel capolavoro di Alexandre Dumas

PS POV Scriptum – rubrica a cura di Biagio Pezzimenti

C’è, nell’animo umano, un angolo buio, un sotterraneo inaccessibile dove covano i pensieri più oscuri, quelli che solitamente non osiamo confessare nemmeno a noi stessi nei momenti di più lucida disperazione. Alexandre Dumas, in quell’immane cattedrale di parole, di ombre e di sogni che è Il conte di Montecristo, non si è limitato a scrivere un semplice romanzo d’avventure per intrattenere le folle dei feuilleton ottocenteschi; egli ha spalancato le porte di quel sotterraneo interiore. Ha preso un uomo comune, un giovane e ingenuo marinaio di nome Edmond Dantès, e lo ha gettato nel crogiolo ardente della sofferenza più atroce e immotivata, per poi lasciarlo uscire anni dopo trasformato in qualcosa di radicalmente nuovo, di terribile e di grandioso: una creatura che ha preteso di farsi, in tutto e per tutto, lo strumento vivente e implacabile della giustizia divina in terra.

di François-Louis Français

Il demiurgo della sofferenza, con una precisione quasi crudele e geometrica, costruisce la sua impalcatura narrativa come un orologiaio folle che conosca a memoria ogni singolo ingranaggio del peccato e della colpa. Dumas non si accontenta di narrare le peripezie dei suoi eroi: egli osserva, analizza, seziona chirurgicamente i moventi segreti del cuore. Con la maestria di chi ha sondato i più infidi bassifondi dell’anima, intreccia le vite dei suoi personaggi non per un cieco caso, ma per una necessità tragica che rasenta il determinismo più cupo. È un mondo, quello del romanzo, dove ogni singola azione genera una reazione fatale e inevitabile, dove l’ambizione smodata, la meschinità e l’invidia — simili a vermi silenziosi che corrodono il legno di una nave nel buio della stiva — diventano le vere molle che muovono il destino degli uomini. L’autore ci conduce per mano in un labirinto di inganni istituzionali e tradimenti borghesi, mostrando come il male non sia quasi mai un fulmine a ciel sereno o un atto di pura e disinteressata malvagità luciferina, bensì una scivolata progressiva verso il più ottuso egoismo, una comoda giustificazione del proprio “io” calpestando il “tu”, che finisce inevitabilmente per trascinare l’intera società verso la catastrofe morale.

Considerate attentamente la figura di Edmond Dantès alle origini del dramma. Egli inizia il suo cammino come un’anima pura, quasi fanciullesca, un essere umano che crede ciecamente nella bontà dell’ordine costituito, nell’amore sincero, nella lealtà verso i superiori e nella giustizia intrinseca del mondo — una credulità disarmante, che a noi lettori moderni, avvezzi alle disillusioni, fa quasi tenerezza e al contempo un senso di cupa compassione per ciò che lo attende. Ma poi sopraggiunge l’orrore del castello d’If. Quel buio pesto, quell’umidità che penetra nelle ossa, quel silenzio assordante e claustrofobico non sono soltanto il luogo della sua punizione fisica: diventano il grembo oscuro e uterino di un uomo nuovo, violentemente generato dal dolore. Ed è proprio qui che la metamorfosi si tinge di tonalità inquietanti e spettrali. Dalla sofferenza non germoglia automaticamente la redenzione o la santità; molto spesso, dal crogiolo della sofferenza isolata e senza conforto nasce l’ossessione monomaniacale. Dantès, nel corso del suo lunghissimo e spettrale isolamento, smette progressivamente di essere una persona in carne e ossa per trasformarsi in un’idea fissa, in un concetto astratto di rivalsa. Egli si spoglia della sua stessa carne, del suo nome gioioso, delle sue lacrime giovanili, della sua fragile umanità, per vestire i panni pesanti e impenetrabili di un’entità metafisica: il Conte.

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Il Conte di Montecristo non è più Edmond Dantès; è una maschera di cera e di marmo, una sentenza vivente che cammina tra gli uomini con il passo felpato della fatalità. La sua trionfale e inquietante ascesa, il suo ritornare nel mondo sfolgorante e corrotto dei vivi brandendo il potere smisurato del denaro e l’onnipotenza quasi diabolica dell’intelligenza, costituisce una titanica e disperata sfida lanciata direttamente contro il cielo. È esattamente in questo snodo che la figura del protagonista si fa profondamente tormentata e universale: Dantès è l’uomo che si è sentito abbandonato da Dio nel silenzio della sua cella di pietra e che per non impazzire ha deciso, nel suo delirio di onnipotenza ferita, di prendere direttamente il posto di Dio. Egli non vuole più soltanto giustizia per il torto subito; vuole punire radicalmente, vuole espiare per procura, vuole pesare e riequilibrare le sorti dell’universo intero servendosi unicamente delle proprie mani ormai sporche e insanguinate.

Ma ecco sopraggiungere, inesorabile, il vertice supremo della tragedia: nel preciso momento in cui la vendetta si compie con una perfezione algida, geometrica e chirurgica, nel momento in cui i colpevoli vengono finalmente umiliati e distrutti, Dantès scopre con orrore che la giustizia terrena ottenuta con l’odio è solo una terribile chimera. Il sangue versato, anche quando ammantato dalla nobile causa del riscatto personale, finisce comunque per macchiare irrimediabilmente chi lo esige. E quando la mannaia della sua vendetta finisce per sfiorare o colpire vite innocenti, come il piccolo Edward travolto dalla follia omicida della madre, il Conte trema nel profondo delle viscere. In quel tremito improvviso si svela l’abisso della sua sconfitta spirituale: egli ha creduto di agire da implacabile carnefice e si ritrova a essere, alla fine dei conti, soltanto il boia di se stesso. La vendetta non restituisce la vita tolta; incatena per sempre il sopravvissuto a una catena invisibile ma più pesante delle pietre del castello d’If. La vendetta è, in fondo, un lento e metodico suicidio dell’anima che si consuma giorno dopo giorno nell’ombra dorata dei palazzi.

Dumas ci consegna, infine, una risoluzione che non sa di quiete consolatoria, ma risuona come una supplica straziata e solenne affidata alle ultime, celebri parole del romanzo: Aspettare e sperare. Non si tratta affatto di un vile invito all’inerzia o alla rassegnazione passiva, tutt’altro. È il riconoscimento doloroso, maturato attraverso il fuoco della colpa, che l’essere umano non possiede la vista abbastanza lunga per comprendere e pilotare l’intero disegno misterioso del mondo. La vera grandezza morale non risiede nel potere di distruggere chi ci ha annientati, ma nella difficilissima capacità di sopravvivere ai nostri stessi mostri, di deporre le armi della rabbia e di mantenere intatta una fragile, residua scintilla di pietà e di amore nonostante l’inferno che abbiamo attraversato. Dantès, spogliandosi finalmente della sua spaventosa armatura di conte onnipotente, accetta di tornare a essere un semplice uomo: mortale, ferito, imperfetto e, proprio per questo, per la prima volta davvero redento e libero.

Questo è il monito severo e commovente che Il conte di Montecristo continua a sussurrare sottovoce alla nostra coscienza inquieta: guardatevi sempre dal desiderare di sostituirvi a Dio nel giudicare il dolore del mondo. Perché nel momento esatto in cui vi sentirete del tutto onnipotenti nella vostra sete di rivalsa, vi accorgerete di essere già diventati, irrevocabilmente e per sempre, i prigionieri disperati della vostra stessa prigione.

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  • “Ci sono più tesori in un libro che in tutti i covi dei pirati dell’Isola del Tesoro" diceva Walt Disney.
    Appassionato di letteratura, storia e filosofia, cerco da sempre tra le pagine gli strumenti per decifrare la complessità del mondo. Mi occupo di editoria e produzioni audiovisive, ambiti in cui ho imparato a trasformare le idee in storie concrete. Qui condivido questo viaggio, unendo lo sguardo critico al piacere quotidiano della scoperta.