L’amore di Jurij e Lara, la rivoluzione russa e la lotta disperata
dell’uomo per salvare la propria libertà interiore
PS POV Scriptum – rubrica a cura di Biagio Pezzimenti
Leggere Il dottor Živago significa attraversare una delle epoche più drammatiche della
storia russa e, nello stesso tempo, assistere al lento sconvolgimento dell’animo umano.
Boris Pasternak non racconta la Rivoluzione soltanto come un grande avvenimento
politico e sociale: la racconta attraverso gli uomini che la subiscono, attraverso le loro
paure, i loro desideri, le loro illusioni e soprattutto attraverso quella terribile domanda che
accompagna ogni epoca di violenza: che cosa rimane dell’individuo quando la Storia
pretende di decidere ogni cosa al posto suo?

Il protagonista, Jurij Živago, è un medico e un poeta. Questa doppia natura è
fondamentale per comprendere il romanzo. Il medico osserva il dolore concreto dei corpi; il
poeta cerca invece di comprendere il dolore dell’anima. Živago vive dunque in una
continua contraddizione: da una parte è immerso nella realtà materiale della guerra, della
fame e della morte; dall’altra conserva dentro di sé il bisogno di contemplare, di ricordare,
di amare e di dare un significato all’esistenza.
Ed è forse proprio questa sua incapacità di diventare completamente un uomo della Storia
a renderlo così umano.
Živago non è un rivoluzionario nel senso classico, né un oppositore costruito secondo gli
schemi della narrativa politica. È qualcosa di più inquietante e, proprio per questo, più
interessante: è un uomo che vuole rimanere fedele alla propria coscienza. In un mondo
nel quale ogni individuo sembra essere costretto a scegliere una parte, egli continua a
interrogarsi. Non possiede certezze assolute. E in un’epoca dominata dalle certezze il
dubbio diventa quasi una forma di ribellione.
La Rivoluzione russa attraversa la sua vita come una gigantesca tempesta. All’inizio
potrebbe apparire come la promessa di un mondo nuovo, capace di cancellare le
ingiustizie del passato. Ma la realtà che Pasternak mostra è molto più complessa. La
Storia non arriva nella vita degli uomini con la purezza delle idee: arriva attraverso la
violenza, la fame, gli spostamenti forzati, la separazione delle famiglie, la paura e la
perdita.
Gli ideali, quando entrano nella realtà, assumono un volto umano; e quel volto può essere
anche terribile.
È questa una delle grandi forze del romanzo. Pasternak non riduce la Rivoluzione a una
semplice contrapposizione tra buoni e cattivi. Mostra piuttosto come gli uomini possano
essere trascinati dagli avvenimenti e come le ideologie, quando diventano assolute,
possano finire per schiacciare proprio quell’essere umano che pretendevano di liberare.
In questo senso, Il dottor Živago è profondamente legato al tema della libertà.
Ma quale libertà può avere un uomo quando intorno a lui tutto è determinato dalla
Storia?
Živago non può fermare la guerra. Non può impedire la Rivoluzione. Non può scegliere
liberamente il corso degli avvenimenti. Non può nemmeno proteggere sempre le persone
che ama. Tuttavia possiede una forma di libertà più fragile e più difficile da conquistare: la
libertà interiore.
E qui emerge la dimensione più profondamente psicologica dell’opera.
Come accade nei grandi romanzi di Dostoevskij, l’uomo di Pasternak non è mai una
creatura semplice. Dentro di lui convivono desideri contraddittori, senso di colpa, amore,
paura, egoismo, generosità e bisogno di redenzione. L’essere umano non può essere
spiegato attraverso una sola idea, perché dentro ogni uomo esiste un conflitto che
nessuna teoria riesce a cancellare.
Živago ama Lara, ma il loro amore nasce e cresce in circostanze che sembrano renderlo
impossibile. Lara è uno dei personaggi più importanti del romanzo proprio perché non è
soltanto l’oggetto dell’amore del protagonista. È una donna che attraversa anch’essa la
violenza della Storia, pagando un prezzo altissimo per le proprie scelte e per le proprie
speranze.
Il rapporto tra Živago e Lara assume così un valore che supera la semplice vicenda
sentimentale. Il loro amore diventa una sorta di rifugio contro il caos del mondo. Quando
tutto intorno a loro perde stabilità, quando le istituzioni cambiano, quando la guerra
distrugge ciò che sembrava eterno, il sentimento rimane come una delle poche realtà
autentiche.
E tuttavia anche l’amore non riesce a vincere completamente.
Questa è forse la parte più dolorosa del romanzo: Pasternak non concede al lettore una
consolazione facile. Non basta amare per essere felici. Non basta essere buoni per essere
salvati. Non basta avere un ideale per evitare la sofferenza.
Gli uomini possono amarsi sinceramente e tuttavia perdersi.
Possono desiderare la pace e ritrovarsi nella guerra.
Possono cercare la verità e scoprire che la verità non è mai semplice.
È proprio questa ambiguità a rendere il romanzo così potente.
Anche la natura occupa un posto fondamentale nella narrazione. Neve, foreste, stagioni e
paesaggi non sono semplici decorazioni. La natura sembra possedere una propria vita,
indipendente dalle tragedie degli uomini. Mentre gli imperi cadono, le ideologie cambiano
e gli uomini combattono, la neve continua a cadere, la primavera ritorna, gli alberi
rifioriscono.
Questa presenza della natura introduce nel romanzo una dimensione quasi spirituale.
La Storia sembra essere infinita perché gli uomini la vivono dall’interno; eppure, osservata
da una prospettiva più ampia, essa appare come una tempesta destinata a passare. La
natura suggerisce così un ordine più antico e misterioso di quello costruito dagli uomini.
Ed è qui che la poesia di Živago diventa essenziale.
Per lui la poesia non è un lusso, né un semplice passatempo intellettuale. È un modo di
resistere alla cancellazione dell’individuo. Dare un nome alle cose significa impedire che
esse vengano completamente distrutte. Ricordare significa opporsi all’oblio.
In un mondo nel quale la Storia pretende di trasformare gli uomini in numeri, categorie e
masse, la poesia restituisce loro un volto.
Questo è forse il significato più profondo della figura di Živago: egli rappresenta l’uomo
che non vuole smettere di essere individuo.
La sua sconfitta, allora, non è una sconfitta assoluta.
Živago perde moltissimo. Perde persone, luoghi, possibilità, stabilità e futuro. Ma
conserva fino alla fine una sensibilità che gli permette di riconoscere la bellezza e il dolore.
E proprio questa capacità di sentire diventa la sua forma più autentica di resistenza.
Il romanzo è inoltre una riflessione sulla memoria. Quando la Storia cambia, il passato
rischia di essere riscritto, cancellato o deformato. Ma l’uomo conserva dentro di sé ciò che
ha vissuto. I ricordi diventano allora una sorta di territorio segreto, l’ultimo luogo nel quale
il potere non può entrare completamente.
In questo aspetto Pasternak raggiunge una profondità straordinaria: non racconta soltanto
ciò che accade agli uomini, ma ciò che gli avvenimenti lasciano dentro di loro.
La guerra può finire, ma la guerra continua nella memoria.
Una separazione può durare un istante, ma il suo dolore può accompagnare un’intera vita.
Un amore può essere perduto, ma non per questo smette di esistere nella coscienza di chi
lo ha vissuto.
Il dottor Živago è quindi anche un grande romanzo sulla perdita. Ma non sulla perdita
intesa soltanto come fine. La perdita diventa memoria, e la memoria diventa
testimonianza.
Pasternak sembra dirci che l’uomo non può controllare il proprio destino, ma può ancora
scegliere il modo in cui guardarlo.
È questo il punto nel quale il romanzo assume una forza universale. Sebbene sia
profondamente legato alla Russia della Rivoluzione e della guerra civile, il suo
interrogativo riguarda ogni epoca: fino a che punto possiamo rimanere noi stessi
quando le circostanze ci costringono a cambiare?
E ancora: che cosa significa essere liberi quando non possiamo scegliere ciò che ci
accade?
La risposta di Živago non è teorica. È nella sua stessa esistenza. Egli continua ad amare,
a curare, a osservare, a ricordare e a scrivere. Sono gesti apparentemente piccoli, quasi
insignificanti davanti alla violenza della Storia. Eppure proprio questi gesti costituiscono la
sua resistenza.
Qui il romanzo raggiunge una dimensione che ricorda, per intensità del conflitto interiore, i
grandi romanzi di Dostoevskij. Anche in Dostoevskij l’uomo è spesso posto davanti a
una scelta impossibile: vivere secondo un’idea assoluta oppure accettare la complessità
della propria coscienza. Anche in Pasternak l’essere umano non può essere ridotto a una
formula.
Ma mentre Dostoevskij scava spesso nell’oscurità dell’anima, Pasternak introduce nel
dolore una luce lirica. La natura, l’amore e la poesia diventano possibilità di
sopravvivenza. Non eliminano la tragedia, ma impediscono che la tragedia abbia l’ultima
parola.
Per questo Il dottor Živago non dovrebbe essere letto soltanto come un romanzo storico.
È certamente un affresco della Russia sconvolta dalla Rivoluzione, ma è soprattutto un
romanzo sull’uomo.
Sul suo bisogno di amare.
Sul suo bisogno di essere libero.
Sul suo bisogno di ricordare.
E sul suo disperato desiderio di trovare un significato quando il mondo sembra averlo
perduto.
La grandezza di Pasternak sta proprio nell’aver compreso che la Storia, per quanto
enorme, non può essere raccontata soltanto attraverso le date e le battaglie. La vera
Storia passa attraverso le case abbandonate, le persone che non si rivedono più, le lettere
mai ricevute, gli amori interrotti e le parole che qualcuno continua a conservare dentro di
sé.
Alla fine, ciò che resta non è soltanto il ricordo di un’epoca.
Resta l’uomo.
Fragile, contraddittorio, spesso sconfitto, ma ancora capace di amare.
Ed è forse questa la ragione per cui Il dottor Živago continua a parlare al lettore: perché
dietro la Rivoluzione russa, dietro la guerra e dietro la tragedia politica, Pasternak pone
una domanda eterna e terribile, una domanda che potrebbe appartenere a Dostoevskij
come a ogni grande scrittore dell’animo umano:
quanto dolore può sopportare un uomo senza perdere se stesso?
La risposta non viene pronunciata. Bisogna cercarla nella vita di Živago, nelle sue perdite,
nel suo amore per Lara e nelle sue poesie.
E forse proprio questa assenza di una risposta definitiva è la più autentica vittoria del
romanzo: davanti a una Storia che pretende di spiegare tutto, Pasternak lascia intatta la
libertà del lettore di interrogarsi.
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