Nel regno del silenzio: la verità secondo Sciascia

Il giorno della civetta e il dramma di una società in cui la paura, il potere e l’omertà finiscono per confondere il confine tra colpevoli e innocenti

PS POV Scriptum – rubrica a cura di Biagio Pezzimenti

Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, invece, sembrano aprire una ferita nella realtà. Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia appartiene alla seconda categoria. Pubblicato nel 1961, il romanzo è breve, essenziale, quasi asciutto nella sua costruzione, eppure dietro la semplicità della vicenda nasconde una delle riflessioni più lucide e inquietanti sulla società italiana, sul potere, sulla paura e sull’impossibilità della verità di affermarsi quando gli uomini hanno imparato a convivere con la menzogna.

La storia comincia con un delitto. Salvatore Colasberna, un uomo apparentemente ordinario, viene ucciso mentre sta per salire su un autobus. Attorno a quell’omicidio si forma immediatamente un muro di silenzio. Le persone hanno visto, hanno sentito, forse conoscono persino il nome dell’assassino, ma nessuno parla. Non è soltanto paura. È qualcosa di più profondo e terribile: è l’abitudine al silenzio, la convinzione che parlare non serva, che la verità non protegga nessuno e che, anzi, possa diventare una condanna.

A indagare sul delitto arriva il capitano Bellodi, un ufficiale dei carabinieri che non appartiene a quel mondo e che proprio per questo riesce inizialmente a guardarlo con occhi diversi. Bellodi non è un eroe nel senso tradizionale del termine. Non possiede poteri straordinari, non può eliminare il male con un gesto, non ha la certezza di poter vincere. Ha però una cosa che nel mondo raccontato da Sciascia diventa quasi una forma di ribellione: crede nella possibilità della giustizia.

Ed è proprio questa convinzione a renderlo vulnerabile.

Bellodi entra in una realtà nella quale il delitto non è mai soltanto un delitto. Dietro l’assassinio si intravedono rapporti di interesse, complicità, protezioni, connivenze. La mafia non appare soltanto come un’organizzazione criminale separata dalla società, come qualcosa che si possa facilmente individuare e isolare. Al contrario, essa sembra vivere dentro la società stessa, insinuarsi nei rapporti quotidiani, nelle amicizie, negli affari, nella politica, nelle istituzioni.

È questa una delle intuizioni più importanti del romanzo. Il potere mafioso non consiste soltanto nella violenza. La violenza è soltanto la sua manifestazione più evidente. Il vero potere nasce dalla capacità di convincere gli altri che la violenza potrebbe arrivare in qualsiasi momento e che, di conseguenza, sia più prudente tacere.

Il silenzio diventa così una forma di obbedienza.

Ma non tutti tacciono per la stessa ragione. Alcuni hanno paura. Altri sono interessati. Altri ancora hanno semplicemente imparato che, in determinate circostanze, è più conveniente non sapere. E forse è proprio questa zona grigia a rendere il romanzo così inquietante: Sciascia non costruisce un mondo nel quale esistono da una parte i colpevoli e dall’altra gli innocenti. Costruisce un mondo nel quale la responsabilità può assumere forme diverse e nel quale anche chi non commette materialmente un delitto può contribuire, con il proprio silenzio, a permettere che il delitto rimanga impunito. Il lettore comprende lentamente che il vero protagonista del romanzo non è soltanto Bellodi e non è soltanto la mafia. Il vero protagonista è una società intera.

Una società che ha paura. Una società che sa. Una società che, pur sapendo, sceglie di non vedere. Il titolo del romanzo contiene già questa dimensione simbolica. La civetta è un animale della notte, capace di vedere quando gli altri non vedono. Ma la notte rappresenta anche ciò che viene nascosto, ciò che gli uomini preferiscono non conoscere. La verità, nel mondo di Sciascia, assomiglia a una luce difficile da sostenere. Chi prova ad accenderla rischia di scoprire non soltanto i colpevoli, ma anche tutto ciò che rende possibile la loro esistenza.

Bellodi cerca quella luce.

La sua indagine procede attraverso interrogatori, intuizioni, contraddizioni e testimonianze che sembrano continuamente sfuggire. Ogni volta che la verità sembra vicina, qualcosa interviene per confonderla. Una dichiarazione cambia. Un testimone si ritrae. Un sospetto diventa improvvisamente rispettabile. Una persona che sembrava marginale acquista importanza. La realtà si trasforma in un labirinto nel quale ogni porta sembra condurre a un’altra porta.

Sciascia riesce così a costruire una tensione che non dipende soltanto dall’attesa di sapere chi sia responsabile del delitto. La domanda più importante diventa un’altra: che cosa accade alla verità quando una società non vuole ascoltarla?

Ed è qui che il romanzo supera il semplice racconto criminale.

Il giorno della civetta è infatti un libro sulla verità. Ma soprattutto è un libro sulla difficoltà della verità. Perché conoscere la verità non significa necessariamente riuscire a dimostrarla. E dimostrarla non significa necessariamente ottenere giustizia.

Tra questi tre momenti — sapere, dimostrare, giudicare — esiste uno spazio enorme, spesso abitato dalla paura, dalla politica, dagli interessi e dalla convenienza.

Bellodi si trova esattamente dentro questo spazio.

Il suo dramma non è soltanto quello di un uomo che combatte contro un’organizzazione potente. È il dramma di chi crede che le istituzioni possano funzionare anche quando tutto intorno sembra suggerire il contrario. Il capitano rappresenta una forma di razionalità, di disciplina, di fiducia nella legge. Ma la realtà nella quale si muove non obbedisce soltanto alla logica della legge. Obbedisce anche a quella della reputazione, della paura, della fedeltà personale e dell’interesse.

Sciascia mostra quindi una contraddizione terribile: lo Stato può essere presente e contemporaneamente apparire assente. Può indagare, interrogare, arrestare, raccogliere prove e tuttavia essere sconfitto dalla paura degli individui e dalle relazioni invisibili che tengono insieme una comunità.

Questa contraddizione rende Bellodi una figura profondamente umana. Egli non è invincibile. Non possiede una certezza assoluta. Non sa sempre quale sia la strada giusta. Ma continua a cercare. E forse è proprio questo il senso più profondo della sua figura: continuare a cercare anche quando la ricerca sembra destinata al fallimento.

Sciascia non concede al lettore una consolazione semplice. Non racconta una battaglia nella quale il bene e il male si affrontano apertamente e alla fine uno dei due trionfa. La sua realtà è molto più ambigua. Il male non si presenta sempre con il volto del mostro. Può avere il volto di un uomo rispettabile, può parlare con voce tranquilla, può frequentare luoghi rispettabili, stringere mani, partecipare alla vita pubblica.

Ed è proprio questa normalità a essere spaventosa.

Il male, nel romanzo, non è qualcosa di estraneo alla società. È qualcosa che può diventare quotidiano. Quando una comunità si abitua all’ingiustizia, l’ingiustizia smette di apparire eccezionale. Quando le persone imparano che tacere è più sicuro che parlare, il silenzio diventa una consuetudine. Quando la paura diventa parte della vita quotidiana, non è più necessario esercitare continuamente la violenza: basta che tutti sappiano che essa esiste. Questa è forse la forma più raffinata del potere.

Non costringere tutti a obbedire con la forza, ma fare in modo che molti scelgano spontaneamente di non opporsi.

Sciascia comprende perfettamente questo meccanismo e lo racconta senza bisogno di grandi discorsi. Il suo linguaggio è preciso, sobrio, tagliente. Ogni dialogo sembra contenere qualcosa che va oltre ciò che viene detto. Le parole hanno spesso un doppio fondo. Le persone rispondono, ma non spiegano. Negano, ma lasciano intravedere. Parlano proprio per evitare di dire.

Il linguaggio diventa quindi uno degli strumenti principali del potere.

Chi possiede la possibilità di definire la realtà possiede anche una forma di dominio su di essa. Se un omicidio può essere presentato come una disgrazia, se un criminale può essere trasformato in un uomo rispettabile, se una vittima può diventare una figura sospetta, allora anche la verità può essere manipolata.

E quando la realtà viene manipolata abbastanza a lungo, perfino chi la conosce comincia a dubitare di ciò che ha visto.

È questo il punto nel quale il romanzo assume una forza quasi universale. Sciascia racconta una Sicilia precisa, con i suoi ambienti, le sue tensioni e le sue strutture sociali, ma la domanda che pone riguarda ogni società nella quale il potere possa crescere nell’ombra.

Quanto siamo disposti a rinunciare alla verità per sentirci al sicuro?

Quanto vale la giustizia quando la sua ricerca mette in pericolo la nostra tranquillità?

E soprattutto: quanta responsabilità possiede chi sa e sceglie di tacere?

Sono domande che non appartengono soltanto al passato. È questo uno degli aspetti che rendono Il giorno della civetta ancora così necessario. Il romanzo non deve essere letto soltanto come un documento sulla mafia italiana del Novecento. È una riflessione sul funzionamento del potere e sulla fragilità delle coscienze individuali davanti alla pressione del gruppo.

Perché l’omertà non nasce sempre da una decisione consapevole di essere complici. A volte nasce dalla paura. A volte dalla stanchezza. A volte dalla convinzione che nulla possa cambiare.

Ed è forse questa convinzione la più pericolosa di tutte.

Un uomo può combattere contro un nemico che riconosce. È molto più difficile combattere contro l’idea che combattere sia inutile.

In questo senso Bellodi non combatte soltanto contro uomini potenti. Combatte contro una mentalità. Combatte contro la rassegnazione.

Combatte contro l’idea che la verità sia una cosa bella da conoscere ma troppo pericolosa da difendere. E questa battaglia è destinata a lasciare una ferita.

Perché chi cerca la verità, prima o poi, scopre che essa non è mai innocente. La verità cambia gli equilibri. Distrugge reputazioni. Fa emergere responsabilità. Costringe gli uomini a guardarsi allo specchio. Per questo viene spesso temuta più della menzogna.

La menzogna, infatti, può essere comoda. La verità no. La verità pretende qualcosa da noi. Pretende una scelta. Pretende il coraggio di riconoscere ciò che è accaduto anche quando riconoscerlo significa mettere in discussione il mondo nel quale viviamo.

Ed è qui che Il giorno della civetta diventa anche un romanzo morale. Non perché Sciascia offra risposte facili, ma perché costringe il lettore a interrogarsi sulla propria posizione. Davanti all’ingiustizia, che cosa facciamo? Parliamo? Restiamo in silenzio? Ci convinciamo che non sia affar nostro? Aspettiamo che qualcun altro intervenga?

Il libro non permette di rimanere completamente fuori dalla storia.

Leggendolo, ci si rende conto che la domanda non riguarda soltanto i personaggi. Riguarda anche noi.

Sciascia costruisce così un romanzo nel quale la mafia è certamente il centro immediato della vicenda, ma non ne costituisce l’unico problema. Il problema più profondo è il rapporto tra individuo e potere. È la possibilità, o forse l’impossibilità, di restare liberi quando la società nella quale viviamo ci chiede continuamente di adattarci.

La libertà, nel libro, non appare come una condizione acquisita una volta per tutte. È una scelta quotidiana. E ogni volta che una persona decide di non parlare per paura, di non vedere per convenienza, di non ricordare per tranquillità, quella libertà si restringe un poco.

È per questo che il romanzo conserva una forza particolare. Non ha bisogno di grandi effetti. Non ha bisogno di costruire un mondo spettacolare. Gli basta mostrare un uomo che viene ucciso, altri uomini che tacciono e un investigatore che insiste nel fare domande. Ma dentro quelle domande c’è tutta la fragilità di una società.

Il giorno della civetta è dunque un libro breve soltanto nelle dimensioni. La sua vera estensione è morale. Ogni pagina apre una domanda e ogni risposta sembra generare un dubbio ulteriore. Il lettore entra nella storia pensando di assistere a un’indagine e finisce per trovarsi davanti a una riflessione sulla responsabilità, sulla paura e sul rapporto tra verità e potere.

È un romanzo che non urla. E proprio per questo riesce a essere così inquietante. Il suo silenzio è più forte di molte denunce. La sua ironia è più dolorosa di una condanna. La sua lucidità non permette al lettore di consolarsi con l’idea che il male appartenga soltanto agli altri.

Perché la lezione più amara di Sciascia è forse questa: il potere criminale non vive soltanto grazie a chi lo esercita, ma anche grazie a chi gli permette di esistere, a chi lo teme, a chi lo giustifica, a chi finge di non riconoscerlo.

La civetta vede nel buio, ma vedere non significa necessariamente poter cambiare ciò che si vede.

E tuttavia vedere è il primo gesto della libertà.

Per questo Il giorno della civetta rimane un libro necessario. Non perché offra una soluzione definitiva al problema della criminalità o del potere, ma perché insegna a diffidare del silenzio quando il silenzio diventa una forma di complicità. Insegna che la verità può essere fragile, ma che rinunciarvi significa consegnare agli altri il diritto di decidere quale realtà dobbiamo accettare.

Alla fine rimane una domanda, semplice e terribile.

Quando arriverà il momento di parlare, avremo il coraggio di farlo?

E se non lo avremo, quanto del male che seguirà potremo davvero considerarlo estraneo alla nostra responsabilità?

©Riproduzione riservata

Autore

  • “Ci sono più tesori in un libro che in tutti i covi dei pirati dell’Isola del Tesoro" diceva Walt Disney.
    Appassionato di letteratura, storia e filosofia, cerco da sempre tra le pagine gli strumenti per decifrare la complessità del mondo. Mi occupo di editoria e produzioni audiovisive, ambiti in cui ho imparato a trasformare le idee in storie concrete. Qui condivido questo viaggio, unendo lo sguardo critico al piacere quotidiano della scoperta.