Intervistato in occasione del festival VISIT-AZIONI CONTEMPORANEE, Alessandro Machìa spiega la forte valenza pedagogica del teatro e l’importanza del pensiero tragico per una visione più limpida della società
di Maria Laura Pala
Diffondere gratuitamente cultura nei territori, soprattutto quelli di periferia: è questa la missione della prima edizione di VISIT-AZIONI CONTEMPORANEE – Festival urbano delle arti e del dialogo, in programma a Roma dal 16 al 30 settembre. “L’idea è portare grandi spettacoli alla portata di tutti in quartieri solitamente sprovvisti di offerta – spiega il direttore artistico della manifestazione Alessandro Machìa – L’iniziativa è nata sulla scia delle attività della compagnia Zerkalo, da sempre orientata a far diventare le zone più decentrate fonte di elaborazione culturale e non soltanto destinatario passivo di cultura”. Il palco della manifestazione è quello del Teatro della Visitazione, nel quartiere Tiburtino.
Per il regista di Ifigenia in Aulide (in programmazione a VISIT-AZIONI CONTEMPORANEE il 22 settembre), si deve ripartire dall’educazione: “Il problema è culturale – spiega Machìa – bisogna recuperare la polis, il senso di comunità che è stato completamente perso. Siamo in un’epoca individualizzata dove ogni persona è sola, atomizzata e fagocitata dal cellulare. Se viene meno la polis e il senso stesso di comunità, il teatro necessariamente muore o subisce contraccolpi fortissimi. A Roma in particolare c’è un problema di sovrabbondanza di offerte e mancanza di politiche culturale proprio della post-modernità, non colpa di una amministrazione piuttosto che di un’altra”.
Non ha dubbi Alessandro Machìa su cosa sia necessario concentrarsi: “Allo spettatore manca l’educazione e la cultura – precisa – Non sente più il teatro come qualcosa di presente nella propria vita, a differenza di trenta o quarant’anni fa, quando c’era molta più distribuzione e soprattutto pubblico. Oggi c’è ma è composto soprattutto da addetti ai lavori, almeno per quanto riguarda il teatro d’arte. Il mainstream non fa testo, replica di un meccanismo televisivo. La fruizione gratuita può in qualche modo essere d’aiuto, anche se rischia di essere una lama a doppio taglio nella percezione del valore”.
Il progetto di ZERKALO, promosso da Roma Capitale in collaborazione con Zetema, vuole creare un evento culturale e formativo aggregate nel senso più alto del termine: “Non si è voluto calare dall’alto una iniziativa sul territorio, ma aggregare soggetti culturali già presenti in modo da far percepire il tutto differentemente; abbiamo voluto rivolgerci a quelle istituzioni già attive sul territorio e quindi in grado di creare comunità”.
Altro elemento importante pedagogicamente è educare lo spettatore alla tragedia: non è un caso che Zerkalo proponga da anni Pathei Mathos, marchio registrato e laboratorio cittadino rivolto sia agli attori che ai cittadini estranei al mondo teatrale. Nelle parole di Eschilo, che sottolineano il valore educativo della sofferenza, si concentra tutta la visione umana e artistica di Alessandro Machìa: “Credo fortemente nella tragedia – sottolinea, laureatosi in filosofia proprio sul pensiero tragico – Dobbiamo ripartire dall’insegnamento dei greci, perché questa ci abita e lo vediamo da quello che ci circonda: capirlo ci dà la possibilità di ricostituirci come società, come collettività”.
Secondo il direttore artistico di VISIT-AZIONI CONTEMPORANEE, si è andati verso una antropologia eccessivamente ottimistica, con il conseguente sovrabbondare di luoghi comuni: “Sono assolutamente favorevole a un pensiero tragico e a un’immagine dell’umano molto più complessa – afferma Machìa – Dobbiamo fare i conti con il male e l’abisso presenti in ognuno di noi”. Fondamentale in questo è la pedagogia: “Il teatro è educazione all’altro; se capissimo che deve diventare materia scolastica risolveremmo gran parte dei nostri problemi – precisa sempre il regista – È un viatico di evoluzione delle coscienze che insegna a prendersi meno sul serio e ad amare i propri difetti”.
Uno strumento potentissimo in grado di risvegliare coscienze e presenza: “Il teatro si fa nella testa dello spettatore – sottolinea Machìa – Il palcoscenico è solo una occasione, lo spettacolo in realtà continua dentro il pubblico. Ognuno percepisce il vissuto in maniera diversa e costruisce il proprio percorso. E oggi, con la crisi della presenza che stiamo attraversando, l’esserci è fondamentale”.
Non a caso all’interno della manifestazione sono previsti laboratori che mirano proprio all’educazione e alla sensibilizzazione dello spettatore, senza il quale non potrebbe esserci neppure il teatro: “L’atto creativo si realizza quando c’è una comunicazione tra spettatore e attore, soprattutto nella tragedia – precisa il padrone di casa del festival – Il tragico chiama lo spettatore a una presenza coscienziale attiva e l’atto comunicativo c’è quando la parola parte dall’attore, arriva allo spettatore e gli viene restituita”.
Perché tutto questo accada però è in dispensabile ritornare a una offerta di qualità di cui è impossibile fare a meno: “Il teatro fatto bene, con onestà, è il primo passo verso lo spettatore – conclude Alessandro Machìa – Oggi non riusciamo a farlo perché viviamo in un eterno presente alimentato da scariche adrenaliniche che spingono a una mortifera autorappresentazione”.
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