Quando il desiderio prende la parola: “Io e lui” di Alberto Moravia

Il romanzo più provocatorio di Alberto Moravia mette a confronto un uomo e la propria sessualità, trasformando il desiderio in una voce inquietante che interroga identità, potere e libertà

PS POV Scriptum – rubrica a cura di Biagio Pezzimenti

Federico è un uomo che vorrebbe dirigere la propria vita con la stessa precisione con cui dirige un film. Ha un progetto artistico, ambizioni, relazioni, idee su se stesso e sul mondo. Crede, almeno all’inizio, di conoscere abbastanza bene il confine tra ciò che pensa e ciò che desidera. Poi, però, qualcosa comincia a sfuggirgli. Qualcosa che appartiene al suo stesso corpo e che, nel romanzo Io e lui, Alberto Moravia trasforma in una presenza autonoma, ironica e ingombrante: “lui”.

Pubblicato nel 1971, Io e lui è uno dei romanzi più singolari e provocatori di Moravia. Dietro una situazione narrativa volutamente paradossale – un uomo costretto a confrontarsi continuamente con il proprio organo sessuale, quasi fosse un altro individuo – si nasconde una riflessione molto più ampia sul desiderio, sull’identità e sull’illusione di poter esercitare un controllo assoluto su se stessi.

Il titolo contiene già il nucleo del conflitto: “io” e “lui”. Due dimensioni che appartengono allo stesso individuo e che, tuttavia, sembrano spesso entrare in contrasto. Da una parte c’è Federico, con la sua coscienza, le sue ambizioni e il bisogno di sentirsi padrone delle proprie decisioni; dall’altra c’è il corpo, con i suoi impulsi, le sue esigenze e una logica che non sempre coincide con quella della ragione.

Da questo contrasto Moravia costruisce un romanzo ironico e inquieto, nel quale la sessualità diventa uno strumento per interrogare una questione molto più profonda: quanto siamo veramente padroni di noi stessi?

Federico è un regista cinematografico e non è casuale che Moravia gli affidi proprio questo mestiere. Il regista è colui che organizza la realtà, stabilisce ciò che deve essere mostrato e ciò che deve rimanere fuori campo, decide i movimenti, le inquadrature, le parole, i tempi. È una figura legata all’idea di controllo e di costruzione. Ma Federico scopre progressivamente che questa capacità di dirigere gli altri e di dare una forma alla realtà non coincide affatto con la possibilità di dirigere se stesso.

Il suo corpo introduce nel suo universo una dissonanza che non può essere eliminata con la ragione. “Lui” non obbedisce sempre alle intenzioni di Federico, non accetta facilmente compromessi, non riconosce la superiorità della coscienza. È una presenza che mette continuamente in discussione le convinzioni del protagonista e che, proprio per questo, assume una funzione quasi filosofica.

Moravia porta così sulla scena il conflitto tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo. Federico può elaborare pensieri, costruire giustificazioni, immaginare di avere una precisa immagine di sé, ma esiste una parte della sua persona che non si lascia facilmente addomesticare. Il desiderio arriva prima della spiegazione. Il corpo reagisce prima che la mente abbia avuto il tempo di trovare una giustificazione.

Ed è proprio qui che il romanzo diventa più interessante. La provocazione sessuale non è fine a se stessa. Moravia utilizza l’ironia, il paradosso e perfino il grottesco per affrontare una delle questioni più antiche della letteratura: la frattura dell’individuo.

L’uomo non è una creatura perfettamente coerente. Dentro di lui convivono ragione e impulso, desiderio e paura, volontà e debolezza. Spesso crediamo di conoscere le ragioni delle nostre azioni, mentre dietro le nostre decisioni agiscono forze che preferiamo non riconoscere. Federico è costretto a guardare proprio questa zona oscura di sé.

Il rapporto tra l’“io” e il “lui” diventa allora una rappresentazione paradossale della lotta interiore. Federico vorrebbe mantenere una distanza tra la propria identità e la propria sessualità, come se fosse possibile stabilire un ordine gerarchico nel quale la coscienza comanda e il corpo obbedisce. Ma Moravia rovescia questa convinzione. Il corpo non è un semplice strumento nelle mani dell’individuo: possiede una propria forza, una propria urgenza, una propria capacità di mettere in crisi l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.

In questo senso, Io e lui appartiene pienamente alla narrativa moraviana. Anche quando affronta situazioni estreme, Moravia rimane interessato ai meccanismi attraverso cui gli esseri umani cercano di possedere, dominare, manipolare e comprendere ciò che li circonda. Il sesso, nei suoi romanzi, non è soltanto una dimensione privata: diventa spesso il luogo nel quale emergono i rapporti di potere, le insicurezze, le illusioni e le contraddizioni dei personaggi.

Federico non è soltanto un uomo alle prese con il proprio desiderio. È un uomo che vorrebbe stabilire una distanza tra ciò che pensa di essere e ciò che realmente è. E quanto più cerca di difendersi, tanto più quella distanza si rivela fragile.

Anche le relazioni sentimentali assumono, in questa prospettiva, un significato particolare.

L’incontro con l’altro non è mai completamente libero da desideri di possesso, gelosia, aspettative e paure. L’amore può diventare un campo di battaglia nel quale ciascuno cerca di ottenere dall’altro una conferma della propria identità. Ma il desiderio, proprio perché non è completamente controllabile, rende ogni equilibrio precario.

Moravia osserva questi rapporti con uno sguardo lucido, spesso impietoso, ma anche attraversato da una sottile ironia. Non concede facilmente ai suoi personaggi la consolazione di una verità definitiva. Li lascia invece dentro le loro contraddizioni, mostrando quanto sia difficile distinguere l’amore dal possesso, la libertà dalla dipendenza, il desiderio dalla necessità.

La sessualità diventa quindi una forma di conoscenza. Non una conoscenza rassicurante, ma quella che nasce quando l’individuo è costretto a riconoscere qualcosa di sé che avrebbe preferito ignorare.

È forse questo l’aspetto più moderno del romanzo. Moravia non presenta l’uomo come un essere completamente trasparente a se stesso. Al contrario, suggerisce che dentro ciascuno esistano zone che sfuggono alla coscienza e che possono emergere proprio nei momenti in cui crediamo di avere maggiore controllo.

Il paradosso di Io e lui consiste nel fatto che questa riflessione viene affidata a una voce che appartiene contemporaneamente al protagonista e a qualcun altro. “Lui” è parte di Federico, ma viene trattato come un interlocutore separato. È una soluzione narrativa che permette a Moravia di rendere visibile un conflitto normalmente invisibile: quello tra la coscienza e l’istinto.

La trovata potrebbe facilmente trasformarsi in una semplice provocazione. Moravia, invece, la utilizza per costruire una sorta di commedia amara dell’identità. Dietro il sorriso provocato dalla situazione si avverte infatti una domanda più inquietante: se una parte di noi può contraddire ciò che pensiamo di volere, dove finisce la nostra libertà?

Il romanzo non offre una risposta semplice. E forse non vuole offrirla. La sua forza consiste proprio nel mantenere aperta la contraddizione.

Federico è un uomo che vorrebbe essere autore della propria esistenza, ma scopre di essere anche personaggio di una storia che non controlla completamente. Questa condizione assume una particolare forza simbolica proprio perché il protagonista è un regista. Colui che dovrebbe saper costruire le storie si trova improvvisamente incapace di dirigere la propria.

La metafora cinematografica attraversa così l’intero romanzo. La vita, come un film, può essere organizzata soltanto fino a un certo punto. Possiamo scegliere le immagini che mostriamo agli altri, costruire una reputazione, elaborare una versione accettabile di noi stessi. Ma esiste sempre qualcosa che sfugge all’inquadratura.

È lì che Moravia colloca il desiderio.

Lo stile contribuisce in modo decisivo alla riuscita dell’opera. La scrittura è limpida, concreta, priva di inutili ornamenti, ma dietro questa apparente semplicità si muove una materia psicologica complessa. L’ironia impedisce al romanzo di diventare un trattato sulla sessualità, mentre il paradosso consente all’autore di affrontare questioni serie senza trasformarle in una predica.

Moravia conosce bene il potere della provocazione, ma sa anche che la provocazione da sola ha una durata breve. Ciò che rimane, dopo lo scandalo iniziale, è la domanda sull’identità. Ed è questa domanda a dare al romanzo la sua profondità.

Io e lui può essere letto come un romanzo sul sesso, ma fermarsi a questa definizione significherebbe ridurne considerevolmente il significato. È anche un romanzo sulla solitudine dell’individuo, sul bisogno di controllare la propria immagine, sulla difficoltà di accettare le proprie contraddizioni.

In fondo, “lui” rappresenta tutto ciò che dentro di noi non si lascia facilmente governare. Non necessariamente soltanto il desiderio sessuale, ma quella parte dell’essere umano che resiste alle spiegazioni, alle regole e ai progetti della coscienza.

È questo che rende il romanzo ancora capace di interrogare il lettore. La società cambia, cambiano i costumi, cambia il modo di parlare della sessualità e dell’identità, ma rimane il problema fondamentale dell’individuo diviso tra ciò che vorrebbe essere e ciò che scopre di essere.

Moravia non cerca di risolvere questa frattura. La mette davanti agli occhi del lettore, con una situazione narrativa assurda e insieme terribilmente umana.

Alla fine, ciò che resta di Io e lui non è tanto la provocazione dell’idea iniziale, quanto il senso di inquietudine che essa lascia dietro di sé. Federico scopre che conoscersi non significa necessariamente raggiungere una perfetta armonia interiore. A volte significa accettare di essere composti da parti che non coincidono, di possedere desideri che entrano in conflitto con le nostre convinzioni, di convivere con una parte di noi che non possiamo comandare completamente.

Ed è forse proprio questa la verità più scomoda del romanzo: non siamo mai soltanto ciò che pensiamo di essere. Dentro ogni individuo esiste qualcosa che osserva, resiste, desidera e talvolta prende la parola.

Moravia dà a questa voce un nome semplice: “lui”.

E trasformandola in un personaggio, trasforma anche il conflitto interiore in una scena concreta, ironica e inquietante, costringendo il lettore a porsi una domanda che va ben oltre la sessualità: quanto di noi appartiene davvero alla nostra volontà e quanto, invece, continua a vivere nell’ombra, indipendentemente da ciò che crediamo di essere?

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  • “Ci sono più tesori in un libro che in tutti i covi dei pirati dell’Isola del Tesoro" diceva Walt Disney.
    Appassionato di letteratura, storia e filosofia, cerco da sempre tra le pagine gli strumenti per decifrare la complessità del mondo. Mi occupo di editoria e produzioni audiovisive, ambiti in cui ho imparato a trasformare le idee in storie concrete. Qui condivido questo viaggio, unendo lo sguardo critico al piacere quotidiano della scoperta.