Il nuovo film di Gianni Amelio, presentato alla Mostra di Venezia, parte in sordina tra disagio sociale, colpa e immigrazione, ma trova progressivamente la propria forza nel rapporto tra i personaggi, nei libri e nella possibilità di trasformare il dolore in umanità
Cinema&Psiche – rubrica a cura di Maria Antonietta Coccanari de’ Fornari

Parte un po’ didascalico l’ultimo film di Gianni Amelio presentato alla Mostra di Venezia 2026.
Sulle prime e per un pezzo non sembra neppure il suo: tra l’ovvio e l’inverosimile il disagio degli
immigrati e un’anima buona che si allaga di un tormento che travasa in dispnea. E che li accoglie in
casa dopo un trauma. E sconta in carcere il favoreggiamento della immigrazione clandestina. La
detenzione è vissuta come intimo spostamento della colpa involontaria della morte di un bambino
arabo.
Amelio è al suo secondo film sul tema. A un certo punto esso si sviluppa senza acritico
romanticismo, le cose sono guardate dal grandangolo, con un’anticipazione/avvertenza scritta sullo
schermo, su questa storia che non è ancora realmente accaduta, aperta a interpretazioni e
previsioni; anticipazione anche di scrittura e lettura come protagoniste di dialogo e vita interiore. Al
di là delle barriere linguistiche sono almeno oggetti di senso i libri dove non tutti vogliono trovare
parole di dolore, come il primo anziano che rifiuta un libro di Primo Levi. Ma dominanti e
penetranti sono gli sguardi del dolore, primi piani sugli occhi stranieri, degli esclusi, mentre
Madame canta tu non esisti, mentre un libro chiave è FURORE. Ma i primi piani insistono anche
sugli occhi (peraltro belli e sommamente espressivi) dei due colti inquieti protagonisti romani. Ci
vuole una catarsi per trasformare questo dolore (almeno in parte) in sorriso, per riaprire lo spirito
alla possibilità di sognare metamorfosi seppure fattualmente impossibili.
Il film inizia con un giovane arabo e un bambino che camminano affamati per le vie di Roma. Il
giovane s’imbatte in un gentile libraio (Alessandro Borghi) e vorrebbe affidargli per forza il
bambino dicendo cose in una lingua che l’altro non conosce. Nel respingerlo ripetutamente, il
piccolo è investito accidentalmente da una moto. Il libraio è sconvolto. Corre a cercarlo in ospedale.
Conosce nella sala di attesa una giovane araba incinta maltrattata e scacciata da un infermiere
cinico, l’accoglie a casa sua. Che pian piano si riempie di arabi amici di lei in una moltiplicazione
esponenziale e agghiacciante.
Cresce intanto il rapporto profondo tra due sensibilità: la forza di una donna che sostiene la
fragilità di lui. La donna è una docente universitaria (Valeria Golino) arrivata a Roma per una
ragione che si svela bene verso la fine in una sequenza asciutta e vibrata. Gli porta sempre gratis
libri da vendere, e il libro è l’oggetto transizionale del loro discorso. Libri nel chiosco e nelle loro
due case, tanti come labirinti di arredi e del sapere, unici superstiti di ogni devastazione.
Un altro rapporto è il focus di uno snodo. Quello con l’impiegato burbero e umano dell’obitorio
(Valerio Mastandrea) dove nessuno reclamerà il corpo del bambino: la riparazione per quella morte
involontaria avviene attraverso un gesto di pietas che nasce dal sentimento di colpa e da una bontà
nel senso migliore della parola. E a un certo punto i piani s’intrecciano nei fili dei primi piani
sofferenti che si distendono nel sorriso come bellezza nata dal dolore e nella costruzione di un
mondo interno fatto di esperienza errori onestà senso, dove i mostri possono essere compagni di
persone fantasmatiche che consolano e indicano l’altrove.
Tanto non detto, tanta umanità verso la quale aveva trasportato una lentezza che sembrava noia,
un affresco sociale che sembrava il solito. Invece il film, con molto plot e molta metafora, cammina
verso la sua vetta, tra coscienza conoscenza e istinto, tra colpa e lampo della riparazione, tra realtà
politico sociali e scelte personali, tra crudezze e sacralità, tra bisogno di rapporto mondano e
rapporti del mondo interiore. E Alessandro Borghi, tra i migliori nostri attor giovani, ti fa pensare
all’uscita che forse è il migliore.
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