“L’estranea”, l’Italia agli Oscar: una scelta davvero da applaudire?

Il thriller di Paolo Strippoli tra ambizioni psicoanalitiche, horror e metafore fin troppo esplicite: un film interessante nelle intenzioni, ma fragile nella forma e poco perturbante nel risultato

Cinema&Psiche – rubrica a cura di Maria Antonietta Coccanari de’ Fornari

L’estranea (2026) è il film selezionato per rappresentare l’Italia ai prossimi Oscar.
È firmato dal giovane regista Paolo Strippoli. È un thriller dalla trama un po’ classica (una sorta
di moderno Faust al femminile) e un po’ curiosa (come viene reinventato l’intreccio): nel 1999 a
Bari, una famiglia orgogliosa della nuova ricchezza raggiunta con la crescita dell’esclusiva
“Sartoria Colonna” a via Sparano; il capofamiglia (Adriano Giannini) cafonescamente a strafare; le
normali ipocrisie degli ambienti alto borghesi. Parvenze. Noi eravamo quello che gli altri volevano
diventare
. Una cantilena dell’incipit torna e ritorna, esorta all’ottimismo: tutto passa. Poi una
festa in total white abbagliante nella villa lussuosa (forse il passaggio più riuscito del film), l’ultimo
fastoso ferragosto del millennio mentre fervono i classici programmi di Capodanno a Cortina. E
incantevoli echi di soavità proustiane trapassano in un pulp che è il tempo della svolta tematica.
Urla di felicità diventano improvvisamente urla di angoscia.
Un incidente in cui il cagnolino di casa massacra la gamba della figlietta, la bella bambina scelta
per una pubblicità di Barilla, stravolge ogni equilibrio. La vita della piccola è in grave pericolo.
Dalle ariose stanze ai corridoi dell’ospedale corre la madre devastata dal dolore (Jasmine Trinca).
Giunge nella cappella dalle vetrate ipnotiche, prega la Madonna che schiaccia il serpente, e in
ossimoro le appare una strana donna beffarda in abiti comuni (ottima Valeria Bruni Tedeschi), la
donna/demonio nel luogo sacro. La preghiera a fronte della tentazione affinché di tutto questo non
rimanga che una “cicatrice” (peraltro repellente), “un ricordo lontano” (e invece immanente). La
donna, “lei”, “l’estranea”, l’innominata, propone un patto: una vita chiede un’altra vita. La vita
della figlia in cambio della qualità della vita del figlio, bambino al momento bello e invidiato che
diventerà mostruosamente obeso e bersaglio di un bullismo di rivalsa, con punte agghiaccianti, qui
di sicura forza visiva. La fierezza si fa vergogna, l’ammirazione dei genitori si fa disgusto aperto (il
padre) o malcelato (la madre). Per la madre è stato il primo sofferto va bene della spirale. Perché
via via i patti si moltiplicano. Per salvare una cosa bisogna sacrificarne un’altra, e la donna/demonio
gioca al rialzo fino a richieste estreme, un baratro che non promette risalite. Mentre passano gli
anni. Finché la madre va a trovare la figlia (Romana Maggiora Vegano) che ormai vive a Roma. Le
racconta la strana storia in un crescendo di conflitto fino a uno scontro devastante e cruento mentre
il temporale diventa uno tsunami che travolge la stanza del confronto, come lo straripamento di
sentimenti rattenuti e dell’Inconscio tra ambivalenze, identificazioni sessuali e Falso Sé, mai più
arginabili.
Tutto è metafora e tutto è esplicito. Tutto è psicoanalisi, e senza dubbio è psicoanalisi scolastica.
Dove ai limiti dell’idea, alla mancanza dei non detto, dell’ambiguità necessaria alla vera Arte, di
vera spregiudicatezza e di graffio, si aggiunge anche la mancanza di una solidità visiva
inattaccabile. Poco mistero, poca morbosità elegante, poco perturbante. Con le sue furbizie, una
specie di provincialismo culturale che qui culmina addirittura nella ovvietà della soluzione, una foto
mutante, una trovata debole nell’Alter Ego finale. Bisogna dire però che la Musica di Robin Coudert
con valida solennità ossessività e rumori, aiuta. Gradite anche le incalzanti sequenze del via vai tra
la guida angosciosa della madre e l’esultanza dell’Italia Campione del Mondo 2006, la tragedia
ulteriore che incombe tra sconfitta e vittoria.
Scandito in capitoli (scelta narrativamente discutibile che aggiunge schematismo allo
schematismo e rallenta ulteriormente una tensione già fiacca), con un viraggio all’horror che non impressiona, si potrebbe pensare che magari agli Americani queste semplicità non dispiacciono. Ma
i loro mezzi poi le realizzano almeno con una dignità formale e una perizia tecnologica che ci
appaiono come un miraggio.
Tuttavia: è obbligatorio tifare e sbandierare che mandarlo agli Oscar è scelta buona e giusta? E
sbandieriamolo: perplessamentissimamente.

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Autore

  • Medico Psichiatra. Lunga esperienza di film therapy.

    Giornalista, scrittrice, Interior Design, già professore all'Università "La Sapienza" di Roma. Dal 1985 al 1994, Conservatore del Museo di Storia della Medicina dello stesso Ateneo.