Mostro a chi?

Tra Sigmund Freud, diritto penale e cultura contemporanea, una riflessione sul bisogno di creare “mostri” per allontanare da noi ciò che consideriamo impensabile e che invece ci appartiene più di quanto pensiamo

Vale la pena parlarne, rubrica a cura di Francesco Crisafulli

Piccolo «perverso polimorfo». Ricordate Freud?

È da lì che veniamo. Tutti. Crescendo, e attraversando le varie fasi dello sviluppo psico-fisico, giungiamo, nella migliore delle ipotesi, a costruirci un’impalcatura fatta di eredità cromosomica, stimoli educativi e culturali, interazioni col mondo circostante, esperienze di piacere e sofferenza, conflitti e compromessi tra l’Io e l’inconscio, tra la mente e il corpo, tra pulsioni di vita (eros) e pulsioni di morte (thanatos), che ci permette di vivere, più o meno serenamente, una vita adulta ragionevolmente equilibrata e conforme a criteri di valutazione socialmente accettati (“socio-adattiva”, potremmo dire): il che significa vivere, ciascuno a suo modo e secondo le proprie forze e la propria personalità, in modo da soddisfare per quanto possibile i desideri evitando per quanto possibile le frustrazioni e reprimendo, spesso senza neppure rendercene conto, gli impulsi aggressivi che ci porterebbero a fare il male per procurarci un piacere.

Ci aveva già provato Lombroso, a caratterizzare geneticamente e morfologicamente i “cattivi”: criminali, delinquenti, folli. I devianti, insomma, i “mostri”. E quanto è tenace la doppia tentazione – che ha resistito a Beccaria e a tutte le correnti psicoanalitiche e criminologiche successive – di aggirare lo scoglio della “mostrificazione” del criminale obliterando la separazione tra ciò che è psicologico e ciò che è giuridico e scaricando sistematicamente la colpa (il “mostro”) sulle spalle della società!

La “mostrificazione” resiste sempre e comunque, dovunque la si collochi. Perché? Perché è autoassolutoria. Perché è rassicurante. Perché di fronte all’orrore ci permette di dire: “quello è il mostro, io non sono così, a me non può succedere, io non potrei mai fare questo, per la semplice e unica ragione che io non sono un mostro”. E poco importa se non sono un “mostro” perché sono nato migliore dell’altro, per i miei cromosomi o la forma della mia mascella, o perché sono stato più fortunato, non ho sofferto i suoi traumi, non sono vissuto in quel tipo di ambiente, non ho subito le stesse pressioni sociali. Lui è lui, io sono io; è il “mostro”, ed è “diverso da me”. Ontologicamente. Quindi, io sono salvo. A priori.

Tutto abbastanza chiaro, no?

E poi, invece, quando una giornalista dice un’ovvietà, e cioè che “lo stupro è dentro di noi”, apriti cielo!

Vorrà forse banalizzare lo stupro? O peggio, giustificarlo? E magari insinuare che ciascuno dei compassati suoi interlocutori potrebbe, un giorno, rivelarsi (o diventare) uno stupratore? Merita una querela per ingiurie o diffamazione?

Concita Borrelli si è pure scusata (e Bruno Vespa appresso). Ma di che? In fondo, se ha una colpa, è di aver detto una banalità (ma nei talk show non si fa altro). Di aver ricordato agli scandalizzati ascoltatori che nessuno è “libero dal peccato”, direbbe un religioso; che nessuno è immune dagli istinti più bassi e infami, anche quando è perfettamente capace di tenerli a bada. E chi non li tiene a bada, non per questo va “capito”, giustificato, scusato, assolto, perdonato; ma va riconosciuto come mio simile, perché capace, come me, di provare pulsioni orrende, e dotato, come me, degli strumenti per reprimerle. Colpevole, quindi, di non averli azionati.

[Immagine generata con AI]

Sullo sfondo, c’è tutto il dibattito mai sopito su colpevolezza e imputabilità, sulla capacità di intendere e la libertà del volere, sulle sfumature dell’elemento soggettivo del reato (colpa, colpa cosciente, dolo eventuale, dolo intenzionale, premeditazione…). Tutto serenamente obliterato dalla “mostrificazione” del reo. Ma non voglio addentrarmi oltre in disquisizioni sulla psiche, per le quali non sono neppure adeguatamente attrezzato, o sul diritto penale, che potrebbero risultare indigeste. Del resto, non ce n’è bisogno.

Basta invitare gli scandalizzati benpensanti del politicamente corretto a farsi un giro sui principali siti porno (sono sicuro che li conoscono bene, non ho bisogno di indicare i link), oppure di provare a esplorare la letteratura “erotica” (pornografica sarebbe più esatto) in libera vendita su piattaforme on-line rispettabili e famose. Potrebbero accontentarsi dei titoli, già sufficientemente espliciti; ma potrebbero anche, spinti dalla curiosità, guardare qualche sequenza, o leggere qualche pagina. Scoprirebbero che, senza mai sconfinare nella violenza sessuale esplicita (che farebbe scattare la censura), tutte le scene, tutti i racconti (o una gran parte) flirtano con lo stupro. Naturalmente, tutto a lieto fine, ci mancherebbe: la malcapitata scopre che, beh, non era poi tanto male, anzi, le è proprio piaciuto e non vede l’ora di riprovarci.

Ora, signori scandalizzati, fatevi una domanda e datevi una risposta. Perché questa roba si produce, si scrive, si pubblica? Perché si vende. A chi? Ai “mostri”? Difficile. Per costituire un mercato appetibile dovrebbero essere milioni: un’intera società di pervertiti pericolosi. Non saranno piuttosto onesti padri (o madri) di famiglia, alla cui vita sessuale, di coppia o solitaria, giovano queste scenette? Non sarà, magari, anche qualcuno fra di voi? Ma se la fantasia erotica si accende di torbide luci che illuminano di sguincio la violenza, il ricatto, la sopraffazione; se quelle luci suggeriscono che, in fondo in fondo, questa roba alle donne piace pure (e perché no? anche le donne hanno la loro quota di aggressività, che può rivolgersi contro loro stesse: e qual perverso piacere, nel destare il cane dormiente del super-io, farsi mordere, sfidare la sua ira e vincere, godendo del suo morso!); allora non sarà che nel profondo degli scandalizzati sonnecchia davvero uno stupratore, che certamente, nella maggior parte dei casi, non si risveglierà mai, ma che pure sta lì, in una piega remota delle loro (delle “nostre”, e provo anch’io un brivido di repulsione nell’usare questo possessivo, ma onestà vuole…) immacolate coscienze, inorridite davanti all’indicibile che è stato detto?

L’artista – è sempre Freud che parla – è colui che dà voce alle fantasie degli uomini. Il criminale, colui che le realizza.

Homo sum (homines autem estis) et nil humani a me (vobisque) alienum puto.

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  • Ho accettato con gioia la proposta presentatami da POV – Point Of View di curare uno spazio tra queste pagine in cui parlare delle materie a me più congeniali: musica, diritto e (geo)politica.

    Sin dall’infanzia, ho assorbito dai miei genitori, giuristi melomani, la duplice passione per la musica classica e la logica giuridica. Così, durante e dopo gli studi classici, seguiti presso il Lycée Chateaubriand di Roma, mi sono dedicato all’apprendimento del violino e del pianoforte, per poi diplomarmi al Conservatorio di Santa Cecilia in musica corale e direzione di coro, in composizione e in direzione d’orchestra. Contemporaneamente, ho intrapreso all’università gli studi di giurisprudenza.

    Ho quindi approfondito la pratica musicale in diversi corsi di perfezionamento – tra cui quelli dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia a Roma e dell’Accademia Chigiana a Siena, con il grande M° Franco Ferrara – per dedicarmi professionalmente alla direzione d’orchestra e all’insegnamento nei Conservatori di musica.

    Tra il 1985 e il 1986, per motivi professionali e personali, ho dato una svolta alla mia vita, abbandonando la musica come professione ed entrando in magistratura.

    Nel corso della carriera, oltre alle funzioni giurisdizionali come giudice civile, ho ricoperto incarichi alla Presidenza della Repubblica, come addetto all’Ufficio Affari giuridici e relazioni costituzionali, e alla Rappresentanza permanente d’Italia al Consiglio d’Europa, come esperto giuridico e co-Agente del Governo italiano presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, a Strasburgo.

    Tornato nei ranghi della magistratura giudicante, ho esercitato le funzioni giurisdizionali al Tribunale ordinario di Roma, occupandomi di diritto contrattuale e, negli ultimi anni, prima della pensione, di immigrazione e diritti della persona.

    Sono lieto dell’incontro con voi, lettori di POV, al quale spero di dare un contributo che possa interessarvi.