Festival Dei Due Mondi: il ritorno di una grande Spoleto. Verso il 2027

Un itinerario attraverso le emozioni della 69ª edizione del Festival dei Due Mondi, fra memoria, musica, teatro, danza e grandi interpretazioni. Una edizione che segna una netta inversione di rotta, tra grandi interpreti, regie di alto livello e una ritrovata centralità culturale.

Vale la pena parlarne, rubrica a cura di Francesco Crisafulli

Si è conclusa il 12 luglio, nella consueta e affascinante cornice di Spoleto, la 69ª edizione del Festival dei Due Mondi.
Affidato alle cure del nuovo direttore artistico, Daniele Cipriani – noto per le sue produzioni di danza con la sua Daniele Cipriani Entertainment – che si è avvalso dell’affiancamento di due prestigiosi e competenti consulenti, il regista Leo Muscato (per la lirica e il teatro) e la pianista Beatrice Rana (per la musica classica), il Festival ha brillantemente riscattato non pochi anni di edizioni in tono “minore”. Ne è stata testimone l’affluenza di pubblico (ma anche di turisti), nettamente aumentata rispetto al passato, che ha movimentato le vie dell’antico borgo.

Ho potuto godermi qualche giorno di relax, passeggiando nel dedalo di viuzze più o meno scoscese che lo percorrono. Alcune con nomi curiosi: come via San Gregorio della Sinagoga, nel quartiere (non ghetto) dell’importante comunità ebraica medievale, e dove sorgono i resti dell’antica sinagoga e l’omonima chiesa di San Gregorio, ora sconsacrata e destinata a cinema. La stradina fa da cornice a qualche leggenda collegata alla chiesa di San Ponziano. Tra piazza del Duomo, piazza Mercato e la Rocca, si ozia fra antiche dimore, bellissime chiese, vestigia romane, facciate monumentali illuminate da proiezioni animate, di forte impatto estetico e simbolico, legate alle arti rappresentative e al Festival, ma anche fra vivaci caffè, minuscole ottime enoteche e naturalmente ristoranti di grande qualità. Il tutto costituisce una cornice magica per un Festival che accosta danza, musica di vari generi, teatro classico o più sperimentale, in una ridda di spettacoli ed eventi (ivi comprese mostre e conferenze) che si susseguono e s’incrociano, addirittura impegnativa da seguire per intero, ma che consente di scegliere, secondo le proprie inclinazioni, fra numerose proposte di impostazione molto variegata, tutte di notevole valore.

Sono riuscito a vedere in pochi giorni cinque spettacoli, e di questi vorrei parlarvi brevemente. Degli altri posso soltanto dirvi che tutti coloro a cui ho chiesto mi hanno detto che erano di grande qualità.

Vanessa: la prigionia della memoria tra musica e destino
Ho cominciato la mia maratona con Vanessa, un’opera di Samuel Barber, su libretto di Giancarlo Menotti. Tutti ricordiamo bene, di Barber, il famoso Adagio per archi, tratto dal Quartetto in si minore e diretto, con un’orchestra d’archi, per la prima volta da Arturo Toscanini.
Dopo il successo della prima esecuzione al Metropolitan di New York (Direttore Mitropoulos; la Callas aveva rifiutato il ruolo della protagonista che dà il titolo all’opera; al Teatro Nuovo, per il Festival di quest’anno, erano esposti i costumi originali della prima esecuzione assoluta), Vanessa ebbe minor fortuna al Festival di Salisburgo e, in generale, in Europa, e uscì, virtualmente, dai cartelloni dei grandi teatri. Fino alla ripresa, in anni relativamente recenti, proprio a Spoleto.
La trama si avvale di una storia di antichi amori, abbandoni e rivalità fra zia e nipote per mettere in scena il destino di due (anzi tre) donne prigioniere di un sentimento e di un passato doloroso: lontano e stratificato, ma sempre vivo nel cuore di Vanessa, in eterna attesa della ricomparsa dell’amato, appena creato, invece, da un accenno di futuro che non si realizzerà, in quello di Erika, risucchiata nella non-vita della zia (e della nonna severa, rabbiosa e taciturna). L’atmosfera gotica e soffocante della vicenda riporta un poco alla mente un celebre surreale racconto del belga Thomas Owen, La présence désolée, dal quale il regista André Cavens trasse un suggestivo cortometraggio: un viandante, attratto da una dimora in cui si vede in modo indistinto un volto, affacciato dietro il vetro di una finestra, proteso a guardar fuori, entra in cerca di riposo; la casa sembra in realtà deserta, ma al piano superiore c’è la stanza dalla quale la misteriosa figura scrutava l’orizzonte, con la poltrona, ora vuota, in cui evidentemente essa era seduta, collocata davanti alla finestra. Stanco, il viandante si siede. E a poco a poco si sente avvolto da quella poltrona, che è come “viva”, che sembra abbracciarlo, quasi integrarlo in sé… E guarda fuori, protendendosi in avanti, attraverso il vetro; e vede una sagoma che si allontana lentamente dalla casa. Toccherà al viandante, ora, aspettare che qualcun altro venga a prendere il suo posto.
Ebbene, nelle atmosfere claustrofobiche di Vanessa si ritrova un analogo senso di soffocante prigionia, che costringe da anni la protagonista, con la madre e la bella nipote, a vivere nel ricordo di un amore e nell’attesa del suo ritorno, reclusa nella grande casa isolata, dove tutti gli specchi sono stati coperti per nascondere i segni del tempo sui volti delle abitanti. È una casa – come scrive Muscato nelle note di regia – «che avrebbe dovuto morire da tempo e che invece continua ostinatamente a sopravvivere», avvolta da un inverno che è «una condizione esistenziale», più che una stagione, e «sospesa in una dimensione in cui realtà e memoria si confondono». Fino all’arrivo di Anatol, che sembra portare di nuovo la vita in quel non-luogo: si apparecchiano banchetti, si danza, si consumano amplessi e abbandoni. Si scoprono gli specchi. Ma, alla fine, Vanessa se ne andrà con Anatol ed Erika, la nipote, resterà con la nonna, sempre più taciturna e severa, a rimembrare ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Come il viandante, Erika ha preso il posto della zia, che si allontana verso la libertà.
La partitura di Barber, felicemente incurante delle costrizioni dell’epoca che imponevano esasperati e sterili sperimentalismi senza alcuna considerazione né per l’estetica dei suoni, né per le virtù evocative della musica, si avvale di tutta la potenzialità espressiva delle armonie di sapore straussiano, libere da rigidi schematismi, e di un’orchestrazione densa e tesa che contrasta efficacemente con l’atmosfera rarefatta della vicenda e dell’impianto scenico, e porta in primo piano la verità e la corporeità dei sentimenti che agitano i personaggi.
Ottimo il cast, nel quale spiccava Kayleigh Decker (applauditissima Erika) per la sua voce potente ma ricca di sfumature e sinuosità espressive, ma anche per le sue spiccate doti attoriali e, non da ultimo, per la sua presenza scenica e il physique du rôle perfettamente aderente al personaggio. Convincente anche Lauren Fagan nel ruolo del titolo e bravi gli altri. Forse un po’ debole Anatol, spesso coperto dall’orchestra. Ma la responsabilità va equamente ripartita fra lui e la direttrice, Sora Elisabeth Lee, perché fa parte di un’accurata concertazione tenere nel debito conto le caratteristiche (e le eventuali debolezze) dei cantanti e calibrare di conseguenza le sonorità orchestrali.

Due spettacoli, una lezione di teatro: This is Rambert e Platonov
Dopo un pomeriggio operistico, dunque, di altissimo pregio, mi sono trasferito, la sera, al Teatro Romano per assistere al trittico This is Rambert, della prestigiosa compagnia di danza britannica Rambert. Spettacolo potente ed entusiasmante, in quel fascinoso ambiente che dà forma plastica a idee e sensazioni come il mistero dell’incontro fra visibile e invisibile, come i concetti politico-sociali di potere, uguaglianza, società, connessione, o come l’aspirazione alla libertà, la possibilità del cambiamento, l’infinita varietà delle scelte e dei destini. La straordinaria bravura dei danzatori e delle danzatrici era felicemente accompagnata ed esaltata, oltre che dall’accurata scelta delle musiche, da giuochi di luci e proiezioni murali di grande fascino e comunicatività.
Ventiquattr’ore di pausa, e via, pronti per la maratona di cinque ore di Platonov, testo giovanile di Anton Cekhov, per la regia del grande Peter Stein. Cinque ore, dicevo, che legittimamente possono preoccupare l’ignaro spettatore che si appresta a subire una così lunga serata costretto su una sedia (non particolarmente comoda, peraltro). E invece no. Lo spettatore è sin da principio catturato dai personaggi, dai loro caratteri, dal passato che ciascuno di essi lascia intravedere e dal dramma futuro di cui, quasi subito, si sente aleggiare l’odore. La regia, sobria e rispettosa del testo e dell’epoca, senza inutili velleità di “farla strana” per dare della presenza e del cachet del regista una giustificazione di cui, ovviamente, Peter Steiner non ha bisogno, orchestra magistralmente il folto gruppo di attori e si avvale di una scenografia stilizzata ma al tempo stesso realistica, carica di simbologia: un giardino, o veranda, dove si muovono, salottieri, i personaggi ancora ignari della tragedia incombente; un parco notturno, dove i fuochi d’artificio ammantano di un’illusoria aura di felicità i tentennamenti disordinati del protagonista; una casa ai margini di una ferrovia solitaria, strumento di un mancato suicidio; un interno modesto in cui Platonov, preda dei suoi tormenti e delle sue incertezze, sembra prigioniero, e nel quale irrompono volta a volta gli altri personaggi, ciascuno con la sua ferita o il suo progetto, e tutti incapaci di comprendere l’incapacità di scegliere, di vivere, che trascina il protagonista verso il baratro; un salotto con un tavolo coperto di armi, simbolo della violenza repressa di quel mondo ignaro del proprio decadimento, dove si consumerà il dramma.
È così che lo spettatore viene incollato alla sedia, e cinque ore passano in un baleno. Il che rende tanto più incomprensibile e ingiustificato il triste spettacolo della sala che, dalla metà del secondo tempo, comincia lentamente a svuotarsi di almeno metà del suo pubblico. Desolante immagine del livello intellettuale e culturale dei frequentatori dei festival (non solo dei Due Mondi), che ritengono di aver ben speso il prezzo del biglietto quando hanno esibito a sufficienza l’ultima toilette e salutato con grandi cenni e sorrisi qualche notabile di turno.
Anche in questo caso, il cast era di tutto rispetto, a cominciare da Maddalena Crippa, di grande efficacia seppur talvolta un po’ sopra le righe e alla quale, a essere pignoli, si potrebbe a buon diritto rimproverare qualche scivolata nella cadenza brianzola, non proprio usuale in attori e attrici di quel calibro. Ma una menzione speciale meritano Maria Chiara Centorami (Sofya), Odette Piscitelli (Sasha) e, soprattutto, lo straordinario Alessandro Averone, che ha restituito in modo impeccabile, vivido e profondamente comunicativo la tormentata, altalenante, spavalda e disperata personalità di Platonov.

Beatrice Rana: eleganza, profondità e trasparenza
Il concerto nella piazza del Duomo era l’ultima delle manifestazioni che avevo prenotato. Il programma originario prevedeva la partecipazione della diva del virtuosismo pianistico contemporaneo Yuja Wang, della quale sono da sempre un estimatore. Ma, per qualche ragione, la star aveva disdetto la sua partecipazione e aveva dovuto essere sostituita. Ora, si sa, quando tocca sostituire, con relativamente poco anticipo, un’artista di quel calibro, si rischia spesso la caduta libera. Ma, per fortuna, il Festival di Spoleto, quest’anno, aveva il privilegio di avvalersi della collaborazione di un’altra grande pianista, e un grande orgoglio della musica italiana, diciamolo con un pizzico di sano patriottismo culturale: Beatrice Rana, che in realtà – come lei stessa ha raccontato in un’intervista – era stata inizialmente scritturata per il concerto, ma si era ritirata perché proprio in quei giorni era prevista la nascita della sua prima figlia, Margherita. E così (era destino!), il ritiro imprevisto della virtuosa cinese, che Beatrice aveva chiamato in suo soccorso per essere sostituita, ha riportato sul palco l’artista italiana, ora neo-mamma, che sin da principio era stata prescelta per eseguire la Rapsodia su un tema di Paganini di Rachmaninov.
Tutti ricordano il suo esordio nelle Variazioni Goldberg, che rivelò subito la statura di questa nostra sobria reginetta del pianoforte (mi si perdoni il diminutivo, giustificato dalla giovane età). Beatrice Rana padroneggia la tastiera con grande maestria, senza troppo darlo a vedere, e sa infondere nel tocco, nell’uso parco e sensibile dei pedali e nelle sfumature sonore un’intensità, un surplus di “significato” che esclude qualsiasi estetizzante esercizio di sterile bravura e rende queste qualità funzionali alla comunicazione di una varietà di espressioni e di sentimenti.
Nella Rapsodia – una delle tante serie di variazioni sul tema dell’ultimo Capriccio di Paganini che compositori di ogni epoca (da Schumann e Brahms a Lutoslawsky e Boris Blacher, solo per citarne alcuni), dopo di lui hanno aggiunto alle 24 che il virtuoso aveva già scritto per il suo violino – Beatrice Rana ha sfoggiato brillantemente le sue capacità di estrarre dal pianoforte un caleidoscopio di sonorità e colori, al servizio di una espressività intensa ma contenuta, mai retorica o roboante, e di far emergere (senza vietarsi qualche piccolissima licenza ritmica, nelle terzine della XVIII variazione, ad esempio), tutte le voci del complicato intreccio polifonico del pianoforte, dando a ciascuna il peso che merita.
In questa ricerca di trasparenza, la pianista ha trovato un’intesa perfetta con il direttore Yannick Nézet-Séguin che l’ha accompagnata favorendo con assoluta padronanza della concertazione un amalgama perfetto fra la solista e la magnifica London Symphony Orchestra.
Alla fine, Beatrice ci ha salutati con la Marcia dallo Schiaccianoci di Ciaikovsky, nella trascrizione trascendentale di Michail Pletnev.
Padronanza pienamente confermata nella Sinfonia n. 2 in mi minore, op. 27 (forse la più bella ed espressiva), nella quale il direttore ha dato prova della sua profonda comprensione della poetica di Rachmaninov, esprimendola grazie alla perfetta scelta dei tempi di base e delle loro varianti, alla gradualità e delicatezza nelle fluttuazioni agogiche, alla calibratura raffinata della dinamica sonora e dei passaggi dal pianissimo, al piano, al forte e a squillanti e densi fortissimo, senza mai sacrificare l’unitarietà strutturale e la trasparenza polifonica dell’opera.

Kohlhaas: il confine sottile tra giustizia e terrorismo
Il concerto al Duomo avrebbe dovuto segnare la fine della mia frequentazione del Festival per quest’anno, ma poi, su consiglio di un’amica, ho deciso di andare a vedere lo spettacolo che il regista italo-palestinese ha creato dalla riduzione teatrale della novella di Heinrich von Kleist, Michael Kohlhaas, curata da Marco Baliani e Remo Rostagno.
Ho un gran debito di gratitudine verso l’amica che mi ha fatto vivere quest’esperienza davvero straordinaria soprattutto dal punto di vista attoriale.
Il testo riproduce abbastanza fedelmente – con gli aggiustamenti funzionali alla messa in scena – la novella in cui Kleist descrive la deriva, il pentimento e la tragica fine di un uomo qualunque che, nella sua spasmodica, testarda ricerca di una giustizia ostinatamente negatagli, allarga sempre di più il perimetro della sua ribellione e trascina nel vortice della sua sete di giustizia, ormai mutata in sete di sangue e d’iniquità, moltitudini crescenti di vite innocenti e si trasforma a poco a poco in quello che, con il linguaggio di oggi, chiameremmo un terrorista.
Su un palcoscenico vuoto, segnato soltanto da un cerchio grigio, in una scenografia fatta esclusivamente di luci (merita una menzione speciale l’ideatore e realizzatore di questo “spazio di luce e di fumo”, Jackie Shemesh), evolve, solo e instancabile, l’attore inglese di origine nigeriana Arinzé Kené, assommando in sé, con una prodigiosa energia e un’incredibile versatilità mimica, vocale, corporea, espressiva, a tratti persino ginnica, tutti i personaggi della vicenda che egli stesso racconta al pubblico in un’ora e mezza di ininterrotto monologo.
Il dramma di Kohlhaas cattura l’attenzione dello spettatore sin dall’entrata dell’attore sul palco e dalla sua camminata sempre più veloce, poi vera e propria galoppata, sulla circonferenza di quel cerchio al centro della scena: cavallo egli stesso, prima ancora che mercante di cavalli, che farà vivere, in un crescendo tumultuoso, la parabola dell’incontenibile “giustiziere”.
Con il senno di poi, mai mi sarei perdonato di aver mancato una simile esperienza.


A questo punto, non mi resta che aspettare pazientemente di incontrare voi, lettori di POV, a Spoleto la prossima estate, confidando che ci sarà ancora lo stesso team a guidare la programmazione artistica e che il Festival dei Due Mondi continuerà a risalire la china fino ai fasti degli anni di Menotti e poi di Bogianckino, Valli, De Banfield, di Schippers e Visconti, di Pina Bausch e Carla Fracci…


Arrivederci sotto la Rocca nel 2027!

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Autore

  • Ho accettato con gioia la proposta presentatami da POV – Point Of View di curare uno spazio tra queste pagine in cui parlare delle materie a me più congeniali: musica, diritto e (geo)politica.

    Sin dall’infanzia, ho assorbito dai miei genitori, giuristi melomani, la duplice passione per la musica classica e la logica giuridica. Così, durante e dopo gli studi classici, seguiti presso il Lycée Chateaubriand di Roma, mi sono dedicato all’apprendimento del violino e del pianoforte, per poi diplomarmi al Conservatorio di Santa Cecilia in musica corale e direzione di coro, in composizione e in direzione d’orchestra. Contemporaneamente, ho intrapreso all’università gli studi di giurisprudenza.

    Ho quindi approfondito la pratica musicale in diversi corsi di perfezionamento – tra cui quelli dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia a Roma e dell’Accademia Chigiana a Siena, con il grande M° Franco Ferrara – per dedicarmi professionalmente alla direzione d’orchestra e all’insegnamento nei Conservatori di musica.

    Tra il 1985 e il 1986, per motivi professionali e personali, ho dato una svolta alla mia vita, abbandonando la musica come professione ed entrando in magistratura.

    Nel corso della carriera, oltre alle funzioni giurisdizionali come giudice civile, ho ricoperto incarichi alla Presidenza della Repubblica, come addetto all’Ufficio Affari giuridici e relazioni costituzionali, e alla Rappresentanza permanente d’Italia al Consiglio d’Europa, come esperto giuridico e co-Agente del Governo italiano presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, a Strasburgo.

    Tornato nei ranghi della magistratura giudicante, ho esercitato le funzioni giurisdizionali al Tribunale ordinario di Roma, occupandomi di diritto contrattuale e, negli ultimi anni, prima della pensione, di immigrazione e diritti della persona.

    Sono lieto dell’incontro con voi, lettori di POV, al quale spero di dare un contributo che possa interessarvi.